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Almerigo giornalista e uomo.

Il 19 maggio di trentatré anni fa andava oltre Almerigo Grilz. Primo giornalista caduto sui campi di battaglia dalla seconda guerra mondiale, dimenticato ‘dai più’. Nato a Trieste l’11 aprile 1953, la sua vita si divise tra l’impegno politico e il giornalismo. Militante fin da giovanissimo nelle formazioni del Movimento Sociale Italiano, guidò il Fronte della Gioventù triestino fino a diventare – a metà degli anni ’80 – consigliere comunale nella sua città con l’Msi. La passione politica di Grilz andò di pari passo con quella per il giornalismo, quello coraggioso che lo portò per lunghi periodi nelle zone di conflitto. Alla fine degli anni ’70 fondò il Centro Nazionale Audiovisivi con i suoi primi servizi dalla guerra civile in Libano, poi in giro per il mondo insieme ai colleghi e amici Fausto Biloslavo e Gian Micalessin. Con loro, nel 1983, diede vita all’agenzia di stampa Albatross, i cui servizi dalle zone di guerra vennero utilizzati dalle più importanti emittenti e testate internazionali. La stima di cui ‘i tre dell’Albatross’ godevano all’estero – furono soprannominati ‘the crazy italians’ – non fu la stessa che avevano in Italia, dove per la loro comune provenienza politica subirono l’ostracismo di buona parte del mondo giornalistico. Una ‘riprovazione’ che non cessò neanche quando un collega e connazionale trovò la morte mentre lavorava in Mozambico.

Tra il 1986 e il 1987 Almerigo Grilz lavorò nel paese dell’Africa meridionale, allora diviso da una spietata (e ignorata) guerra civile, dove insieme al collega inglese Michael Cecil fu il primo a documentare le azioni dei guerriglieri anticomunisti della Renamo contro il regime filo-sovietico del Frelimo. I loro servizi fecero il giro del mondo e, all’alba del 19 maggio 1987, il cronista triestino seguì un attacco della Renamo alla città di Caia; l’incursione fallì e Grilz, mentre filmava i guerriglieri in fuga, fu colpito alla nuca morendo all’istante. I componenti di Renamo raccontarono poi di aver sepolto il suo corpo sotto un grande albero. Un corpo che in Italia non tornerà più. Della notizia della sua morte, che arrivò in Europa diversi giorni dopo,  parlarono diffusamente televisioni e giornali di tutto il mondo, ma non si fece altrettanto in Italia. Sia pure con rare eccezioni, tra cui Paolo Frajese che – col parere contrario del comitato di redazione – fu l’unico a ricordarlo sulla tv nazionale per il Tg1, la morte di Grilz passò inosservata. Per i giornali più a sinistra fu addirittura quella di ‘un mercenario’ (l’Unità) e di un ‘attivista fascista’ (la Repubblica).

Anche negli anni successivi alla sua dipartita, il regime culturale italiano non ha voluto ricordare a dovere un giornalista coraggioso. A Trieste, città che gli ha intitolato una via, la sede dell’Ordine dei giornalisti – a cui Grilz fu iscritto – ha atteso 21 anni prima di dedicargli uno spazio comune in memoria dei cronisti morti in guerra. Meglio tardi che mai. Nel ricordo di un ragazzo cresciuto tra il mito dei viaggi e della scoperta, fattori da cui era partito per costruire la sua professione. Esempio più unico che raro di un certo ambiente, comprese l’importanza dell’informazione già ai tempi della militanza politica, non mancando di imbracciare macchine fotografiche e cineprese anche quando guidava cortei e manifestazioni. Un ragazzo che, abbandonata la politica, continuò a vivere con la stessa passione nelle prime linee di tutto il mondo. Da giornalista. Seguendo i fili conduttori della sua vita: il coraggio e l’avventura.
“Non accontentiamoci di essere custodi immobili dell’Idea: facciamola vivere e marciare, nell’Italia di oggi, verso il futuro”  –  Almerigo Grilz
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