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Brexit e la vecchia storia degli studi sulla comunicazione.

La “scienza” della comunicazione si è sempre mossa attorno a due paradigmi fondamentali.

Il primo vede nei media una sorta di onnipotenza che coincide con un condizionamento del pubblico che, incapace di avere strumenti adatti a contrastare questo potere, si adegua e supinamente obbedisce ai messaggi proposti.

Il secondo invece riduce questo strapotere, attribuendo invece agli opinion leader la capacità di condizionare il pubblico e l’agenda stessa dei media.

Storicamente gli studi sulla comunicazione si articolano in maniera ciclica,

  • Agli inizi del 900 fino agli anni 30, i media sono visti come ONNIPOTENTI, capaci di piegare la volontà del singolo (ago ipodermico: a stimolo corrisponde una risposta), sono gli anni dell’avvento delle grandi ideologie, i regimi s’impadroniscono delle tecniche comunicative, Hollywood diventa un impero comunicativo e sperimenta tecniche subliminali, Orson Wells scatena il panico negli USA leggendo alla radio la Guerra dei mondi, Mussolini stesso attingerà all’opera di Gustav LeBon, Psicologia delle folle, e la parola che più viene associata a comunicazione è Manipolazione. Si crede l’individuo incapace di emanciparsi.
  • La seconda fase, anni ‘40 e ‘50, ridimensiona il ruolo dei media, attribuendo potere di influenza solo attraverso fattori terzi. Nasce la figura dell’Opinion Leader. I media veicolano un  messaggio ma diverrà influente se c’è una figura in rilievo nella società che avallerà queste tesi. (The two  stop flow of comunication).
  • Negli anni ‘60 e ‘70, complice un mutato aspetto culturale e sociale, si parlerà dei media come a COSTRUTTORI DI COSCIENZE, ovvero i media impongono i temi su cui dibattere (agenda setting).
  • Negli anni ‘80 e ‘90, fino all’avvento del WEB, il ruolo dei mezzi di comunicazione assume un aspetto meno invasivo, riconoscendo all’utente la capacità di scegliere e comprendere i messaggi veicolati (influenza negoziata).
  • La fase post-moderna di studio, che ha come punto di partenza il romanzo di Gibson, Neuromante (il cyberspazio), ha avuto caratteristiche differenti da tutte le altre epoche, ed ha generato numerose analisi sociologiche e comunicative.

Quest’ultimo aspetto vedeva il web come un grande salvatore, che avrebbe dato modo a tutti di accedere alle informazioni ed emancipare così l’uomo e le sue capacità cognitive. L’internet gratuito come baluardo di questo pensiero avrebbe emancipato le masse. Nessun mediatore tra la notizia/fatto e l’utente finale.

Ed è proprio qui che s’è infranto il sogno dell’intellighenzia progressista.

Il consumatore finale della comunicazione, quello che fu il ruolo del telespettatore, il popolo insomma, si è sì emancipato, ma non come avevano immaginato.
Ha voltato le spalle al progresso, alla globalizzazione, al melting pot, alle teorie di genere e via dicendo.
Ha votato per Trump invece che per la Clinton, ha fatto crescere il sovranismo, ha scelto la brexit e non l’unione europea.

Nonostante i media.

Perché è proprio questo il punto. Le teorie sul controllo della comunicazione sono implose nel momento in cui questa è divenuta di accesso senza filtri.

Basta guardare i talk show e le redazioni dei giornali.
Tutte, ma proprio tutte, in mano ad un pensiero unico dominante. I social network pure. Le campagne di marketing dei grandi gruppi idem. Tutti dicono la stessa cosa. Bisogna evolversi, globalizzarsi, accogliere e mischiarsi, fidarsi di chi è più capace e farsi guidare verso il futuro.
Non viene fatto? Il popolo non capisce, poiché analfabeta ed ignorante.

Allora nascono movimenti foraggiati dagli stessi media, per dire che quello che pensa la maggioranza del popolo non solo non è giusto, ma anche non è possibile rivendicarlo.
Sono stati creati partiti ad arte, nati nelle viscere di questo sistema informatizzato, per incanalare verso porti più sicuri per la democrazia questi pruriti di sovranismo.
Il sistema (dei media) sta facendo di tutto per non far avverare quello che loro avevano sognato ed incoraggiato. La pistola che avevano costruito s’è rivoltata verso di loro.

Torniamo allora alle teoria sulla comunicazione di massa.
La scuola degli studi sulle comunicazioni posa fortemente su basi marxiste, in quanto nata in seno ad ambienti progressisti (scuola di Francoforte per citarne una). Fa quindi un’analisi volta a trovare sempre un soggetto debole “operaio” (nel nostro caso la massa, il soggetto influenzabile) e un altro soggetto “padrone” (i media, i potenti, le multinazionali), tralasciando varie considerazioni di tipo non prettamente materialistiche, quali l’istintualità dell’individuo, il libero arbitrio, la volontà.

Non è un caso che la sinistra, avendo abbandonato le lotte di emancipazione sociale in favore del grande capitale, oggi chieda a gran voce che il padrone stringa il cappio del controllo al collo del debole.

L’occasione è d’oro, basta saper veicolare messaggi chiari ai quali fare seguire però azioni altrettanto chiare e limpide. Solo così si potrà parlare di emancipazione.

 

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