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COVID: ANNO ZERO

Che le certezze globaliste sarebbero state messe in discussione dallo tsunami COVID era chiaro sin da subito.
I pasdaran delle teocrazie liberiste si sono difatti messi subito su posizione difensive, cominciando un fuoco di sbarramento comunicativo contro la presa di coscienza di mezzo mondo.
Ma la battaglia è cominciata appena e se la crisi non dovesse risolversi entro primavera, probabilmente andranno ripensati non già le abitudini e gli stili di vita di “noi occidentali” quanto piuttosto buona parte degli schemi geopolitici con cui siamo abituati a confrontarci.

Partiamo dalle patrie. Date per morte e defunte, quella italiana lo era già da un pezzo in verità, sono state riesumate e riportate in vita come unica e sola speranza.
S’è cercato, nella Patria, il legame ancestrale che unisce gli abitanti in un medesimo luogo ideale e che vivono hic et nunc, qui ed ora. La nazione travalica il concetto geografico, poiché assieme al sangue unisce in comunità, questa volta sì di destino, tutti i suoi appartenenti. La stessa comunità a cui si appellano “i cittadini del mondo” quando aspettano i voli militari per riportarli da terre lontane laddove erano nati. Perché da casa vieni e a casa ritorni.
Significativa la così detta “fuga” verso il sud di chi era al nord a lavorare.
Non andrebbero biasimati, poiché solo a casa ci sente sicuri. Specie se il lavoro e gli affetti che tengono lontani da casa sono stati spazzati via come un fuscello in una tempesta.
Il fenomeno tutto “italiano” del canto dell’inno nazionale andrebbe analizzato attentamente.
Anche il solo stringersi gli con gli altri dà coraggio, e ci si stringe con i propri fratelli di bandiera.
Stringiamci a coorte sta ad indicare proprio questo atteggiamento.
Il canto come forma rituale è un momento altissimo, non banalizziamo questo gesto semplice ma evocativo.

L’aspetto (geo)politico è quello che sarà, per i detrattori delle unità nazionali, l’osso più duro.
Difatti abbiamo assistito a meccanismi di autodifesa praticamente novecenteschi, a voler trovare per forza analogie.
Difesa dei confini coi muri e coi fossati, sospensione delle democrazie e delle libertà individuali inimmaginabili anche solo un mese fa, ricerca spasmodica di persone capaci e risolute, ci hanno catapultati nelle dinamiche politiche dei nostri nonni e bis nonni. Il clima è di accettazione passiva, pur con una classe dirigente mediocre. Pensiamo alla statura politica delle dittature ma anche dei regimi democratici laddove chiedevano sacrifici, sudore e sangue per la patria, quando ci domandiamo come siano state possibili quelle “eccezioni” parlamentari.
La Cina verrà ridimensionata nelle sue mire economiche?
Gli USA manterranno il loro ordine mondiale o si defileranno dai vari teatri per concentrarsi sull’interno?
La Russia sarà in grado di reggere il peso d’una crisi sanitaria che non s’è ancora palesate da quelle latitudini?
L’Europa si sgretolerà di fronte all’impossibilità di sorreggere il peso politico di una crisi che prima che sanitaria è di credibilità?
Le nazioni in forte crescita si chiuderanno in se stesse?
Tutte queste domande avranno risposta relativamente breve e dipenderanno dall’evolversi dell’epidemia.

In economia abbiamo assistito a qualcosa di meravigliosamente crudele. Nel momento del bisogno ci siamo resi conto che “non eravamo padroni di un cazzo”, per citare Don Bastiano sul patibolo. L’Italia s’è accorta da un giorno all’altro d’esser dipendente completamente dagli altri, i quali però stanno avendo le stesse nostre esigenze.
Tra delocalizzazioni e privatizzazioni, un paese che era tra i più industrializzati del mondo, è dovuto ricorrere ad acquistare materiale medico dall’estero.
Per non parlare del comparto agricolo.
È a questo punto indispensabile la creazione di un nuovo IRI, che riorganizzi il sistema industriale produttivo italiano. Per far fronte alle esigenze straordinarie di oggi ma che diverranno il futuro domani. I nostri partners europei faranno di tutto per impedire una strada di indipendenza. Attori stranieri faranno speculazione su ciò che resta dell’ossatura economica dello Stato. È vitale per la nostra sopravvivenza impedirlo.
Ma è chiaro che varrà così anche per gli altri stati che hanno abdicato la sovranità nazionale per un mondo ideale che non esisteva neanche prima, ma che adesso ti uccide pure.

L’aspetto sociologico è quello che ci sta più a cuore. Abbiamo scritto controvoglia questo termine poiché crediamo che lo studio dell’uomo nelle sue dinamiche di vita non sia riconducibile a studi scientifici, ma che debba attingere a più profonde spiegazioni.
L’uomo moderno ha dimostrato d’avere una tremenda paura della morte, con cui non era più abituato a convivere.
Guerre, carestie, pestilenze e catastrofi erano lontane anni luce dalle paure attuali che si risolvono invece quasi sempre in soldi e sesso. Oggi siamo vittime della “scientocrazia”, ossia aspettiamo perennemente il parere scientifico sacrificando l’aspetto magico e irrazionale. Siamo in attesa del vaccino come risoluzione dei nostri patemi, quando fino a ieri il mondo si divideva ancora una volta sulla bontà o meno della prevenzione farmacologica delle malattie.
Il governo dei tecnici visto come l’unico in grado di gestire le crisi economiche che loro stessi avevano creato. La scienza come patria, la scienza come religione, la scienza come DOGMA. Credi nella scienza o sei “terrapiattista”. In fondo questo è il messaggio che si è voluto far passare. Sacerdoti della tecnica contro novelli luddisti è stata la dicotomia cui ci anno abituato. L’uomo non vive solo con DNA ma è caratterizzato dall’anima.

Chiudiamo il cerchio dunque ritornando al principio.
SPIRITO – TERRA – SANGUE.
Queste tre semplici parole riporteranno tutto al centro. Il legame tra il sacro, la terra e la famiglia farà ri-emergere la PATRIA in tutte le sue accezioni, siano esse comunitarie nazionali o altro.

Solo così ci salveremo.

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