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Alcune domande sulla Libertà ai tempi del COVID-19

La domanda, di questi tempi “nuovi”, è di quelle decisive.

In una situazione d’emergenza possono essere compressi e quanto diritti e libertà personali? Già nel 2001, con la “scusa” della lotta ad Al Qaeda, l’Occidente ha risposto di sì.

I cittadini hanno sostanzialmente accettato di essere più controllati, di godere di minore libertà di movimento, di non storcere troppo il naso di fronte al fatto che i loro governi mettessero in atto pratiche che in altre situazioni sarebbero state considerate indecenti, come la tortura o i rapimenti all’estero di presunti terroristi, di avere uno Stato che si introduceva anche in profondità nelle loro vite private.

Abbiamo già l’esercito nelle strade, a breve potremmo avere droni a controllarci dal cielo e un sistema di tracciamento del quale non conosciamo esattamente i confini.

Come facciamo ad avere la certezza che finita l’emergenza tutto torni al suo posto?

Ma soprattutto, una volta che si è concesso allo Stato di fare tutto questo, chi ci assicura che in una prossima emergenza di qualsiasi tipo, vera o montata ad arte, non succeda la stessa cosa?

Come possiamo essere sicuri che, una volta che si è dato un dito perché si aveva paura e perché i rischi erano evidenti, la prossima volta o anche oggi non vi prendiate un braccio?

Cosa rimarrà di noi quando la Tecnica, “in nome della Salute Pubblica” (nuovo paradigma assurto a dogma), avrà finalmente vinto la sua ultima battaglia epocale?

L’interrogativo probabilmente non andrà rivolto all’Unione Europea, troppo impegnata ad arginare un’altra grave minaccia, ben più seria e incombente del Coronavirus: i pieni poteri che il Parlamento ungherese ha concesso a Orbàn proprio per fronteggiare il diffondersi del Covid-19. Accontentiamoci per il momento di rivolgere la domanda a noi stessi, cercando se possibile di andare oltre l’apparente comodo (e anche un po’ vigliacchetto) rifugiarsi nel tacito patto “meno libertà in cambio di più sicurezza”.

E’ un copione già visto e rivisto: ogni qualvolta ad affacciarsi sulle nostre vite formato divano è un pericolo di grossa entità (il terrorismo, la guerra in casa propria, l’epidemia) la prima vittima mietuta dalla grande mobilitazione generale è proprio la libertà. E sarà ben difficile scorgere nelle decisioni e negli orientamenti dei governi un che di lucido agire sulla lunga durata che possa in qualche modo salvaguardare i diritti e le libertà fondamentali, o magari anche solo quelle minime, del cittadino, ingolositi come sono i nostri governanti nel momento stesso in cui si presenta la ghiottissima occasione di estendere tentacolarmente la propria presa sulle vite dei governati.

C’è motivo di pensare che, al di là di goffi e bambineschi slogan motivazionali, “quando tutto sarà finito” ci si possa risvegliare in un mondo nuovo, o perlomeno “normale”?

Non è avvertibile ora l’acre odore di un qualcosa che già è nell’aria e che anzi ha già inviato i suoi primi rumorosi segnali sin dall’emanazione del primo decreto Conte in materia di spostamenti, assembramenti e distanziamenti sociali?

E che questi siano i giorni in cui la palma di “salvatore del momento” se la aggiudichi il piccolo genio informatico che per primo arriva a brevettare l’app capace di tracciare digitalmente i nostri movimenti quotidiani, non dà l’idea di un processo (o di una fase di un processo già peraltro cominciato qualche decennio fa) di progressiva restrizione duratura della libertà individuale?

Perché mettere agli arresti domiciliari un’intera nazione a tempo indeterminato è pura follia, e il circolo vizioso nel quale siamo da tempo entrati evidenzia un fatto: più i tempi si allungano più diventa difficile far restare tutti a casa, e così si approvano provvedimenti più coercitivi.
E via in una spirale senza fine.

E allora come comportarci?

Ci sarebbe ancora spazio per “ribellarsi” al presente stato di cose?

Dove cresce il pericolo deve necessariamente crescere anche ciò che salva, come poetava Holderlin.
Non costituirà quindi un mero esercizio di erudizione fine a sé stessa andarsi a cavare qualche diamante grezzo dalla miniera del lascito manoscritto di Junger per cercare una via, un orientamento nel bel mezzo di tempi ardui quali quelli che viviamo. Prima di ogni altra cosa il Ribelle, “colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà”, non si arrende, non pratica l’oggi in voga, “non accetta la mistica della necessità del potere e quindi rigetta incondizionatamente il fatalismo”. Cioè, il mondo è ingiusto e oppressivo, ma lo accettiamo così com’è pensando che sia il solo possibile, per cui non vi sono alternative ed occorre quindi rassegnarsi fatalmente al potere. In termini attuali, lo stato d’eccezione che impone, a colpi di decreto e senza alcun vaglio parlamentare, misure sempre più restrittive e omologanti rappresenta davvero un ordine di cose “necessariamente” accettabile anche a costo di cedere quote notevoli di libertà? E’ questa la nostra “ineluttabilità” oggi?

Il mondo sociale/politico non è frutto di una mistica ineluttabile delle necessità, ma è il prodotto dell’uomo nella storia e nella prassi e in quanto tale può essere trasformato, quand’anche venga universalmente proclamato, anche dai soloni di casa nostra, immutabile.

Non si tratta di scoprire nuovi mondi, di escogitare rivoluzioni, di pensarsi come cavalieri dell’ideale pronti a nuove crociate. Si tratterebbe, hic et nunc, di riacquisire consapevolezza di sé, “trascinati come siamo al largo dei mari, nei lontani deserti e al loro mondo di maschera”, come scrive ancora il Nostro. Solo “riacquisendo consapevolezza del proprio divino potere” e “contrapponendosi all’automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica che è il fatalismo” l’uomo ha speranza.

E allora sì che “andrà tutto bene”.

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