Militanza

Dulce et decorum est pro patria mori

Cari camerati,

sono passati esattamente 100 anni da quel novembre 1918, da quella vittoria che costò al nostro popolo più di seicentomila caduti e più di 1 milione di feriti e di mutilati.

Una giovane nazione fu dunque chiamata ad uno sforzo gigantesco, contro popoli ed imperi secolari.

Fu una guerra totale, tragica, e sanguinaria, che impegnò a fondo tutte le risorse morali e materiali della nostra nazione.

Ma quei ragazzi non ebbero paura, e affrontarono quella sfida mortale con entusiasmo, con il sano entusiasmo della gioventù, gettando i semi della rivoluzione fascista.

Gli spiriti si accesero magicamente nelle piazze infuocate dalle parole di d’annunzio e dei futuristi. schiacciando i mediocri ed i viscidi giochi di palazzo. fu il maggio radioso.

I giovani contadini del sud combatterono spalla a spalla con i giovani operai del nord. la borghesia si mescolò con il proletariato, i nobili con il popolo. Fu una tempesta di emozioni, di sentimenti e di cuori spezzati.

Fu in quelle trincee piene di fango che nacque il cameratismo, che si forgiò quell’amicizia d’acciaio che solo quattro anno dopo fece la rivoluzione. Fu in quei terribili vortici di ghiaccio, di piombo e di baionette che emerse un uomo nuovo, un Italiano nuovo. Quei giovani che arrivarono al fronte nel maggio del ’15, tornarono infatti trasformati, nel novembre 1918, in uomini veri

Uomini che avevano combattuto tre anni tra avanzate e ritirate, tra vittorie e sconfitte, versato sangue per poche centinaia di metri. uomini che avevano conosciuto la disfatta e l’umiliazione di caporetto, riscattata poi dall’eroismo del Piave, fino alla vittoria finale di Vittorio Veneto.

“Maestà, vi porto l’Italia di vittorio veneto” esclamò mussolini al re, al termine della marcia su Roma. Proprio a significare quella continuità morale e politica con i veterani della grande guerra da pochi anni conclusa.

Fu la guerra delle terre irredente, Trento e Trieste diventarono Italiane, Fiume, l’Istria e la Dalmazia lo furono qualche anno dopo grazie al fascismo. Si compì il risorgimento, ma soprattutto per la prima volta dall’unità d’Italia si incontrarono siciliani e milanesi, pugliesi e piemontesi, veneti e romani.

E va detto a gran voce agli Italiani di oggi, che grazie al sacrificio immane di quei ragazzi, l’Italia entrò a far parte del consesso delle grandi nazioni, e che dunque molta parte del benessere di cui oggi godiamo, lo dobbiamo a loro, al loro valore dimostrato sui campi di battaglia.

È come se lo spirito guerriero dei nostri antenati romani si fosse reincarnato in quei giovani nati alla fine dell’800.

Nessuno credeva al valore guerriero degli Italiani, tutte le nazioni alleate e nemiche erano convinte del rapido crollo del nostro esercito. E se fosse stato per i generali e i comandanti dei nostri stati maggiori, sicuramente lo sarebbe stato. Ricordiamo che a Caporetto c’era Badoglio a comandare i nostri reparti.

Ma non fu così. La mediocrità e l’inettitudine dei nostri comandanti fu eroicamente riscattata dal valore dei nostri fanti, dai nostri giovani ufficiali che uscivano coraggiosamente per primi dalle trincee bersagliate dalle mitragliatrici nemiche.

Fu la vittoria del fior fiore della nostra gioventù italica. contro la vecchia gerontocrazia incrostata dal potere.

Futuristi, sindacalisti rivoluzionari, socialisti interventisti, repubblicani, nazionalisti, monarchici, tutti si arruolarono in un solo grande fiume. Il fiume della patria, ovvero di quella comunità di destino che aveva accompagnato le genti italiche fin dai tempi di cesare e di augusto.

Questa fu la grande guerra, la guerra vittoriosa eppur mutilata dall’incapacità dei politici di allora. Quando essi infatti si trovarono al tavolo della pace, non riuscirono a far valere il sacrificio dei nostri soldati, e persero fiume e la Dalmazia, di fronte alle solite potenze arroganti e prepotenti.

Sembrava così che quel sangue versato fosse parzialmente vanificato, ma fu proprio dall’energia di quei ragazzi veterani, che innervando l’impresa fiumana di d’annunzio e l’azione di governo di Mussolini,  riscattarono la cosiddetta vittoria mutilata.

Ricordiamo inoltre che la grande guerra è stata una guerra mondiale, e che come tale ha visto il coinvolgimento di tanti popoli, di imperi e di nazioni, di milioni di uomini impegnati in un bagno di sangue senza precedenti nella storia dell’umanità, superato soltanto dalla seconda guerra mondiale.

E come tale essa ha delimitato delle alleanze, a volte di sangue e di civiltà, a volte di calcolo e di opportunismo. e su questo piano politico-diplomatico l’Italia non era stata certo chiara e coerente con le proprie alleanze. Molti di noi ancora oggi sono legittimamente convinti, per varie e rispettabilissime ragioni anche dottrinarie e filosofiche, che occorresse continuare ad essere alleati con la Germania e gli imperi centrali, e non con la Francia e la Gran Bretagna; ma i politici dell’epoca ed i Savoia preferirono fare il solito gioco della “convenienza” cambiando alleato qualche mese prima dell’entrata in guerra. un brutto vizio che si ripeterà ancor più drammaticamente in quel tragico giorno dell’8 settembre del’43, alimentando in tal modo quel pregiudizio nei confronti del nostro popolo da parte delle altre nazioni: la cosiddetta “atavica furbizia Italiana”.

Ma per fortuna, in quel frangente storico, tutto questo fu spazzato via dall’eroismo dei nostri ragazzi, i quali riscattarono i comportamenti vergognosi della monarchia e dei loro accoliti massoni. 

Tutto ciò ben lo sapevano uomini come Mussolini, D’annunzio e Corridoni, e purtuttavia affrontarono in prima persona quello scontro, arruolandosi e combattendo in prima linea, consapevoli che la guerra si dovesse trasformare, oltre che in una guerra di liberazione dei territori irredenti, anche in una guerra rivoluzionaria che ponesse le basi della costruzione di una nuova Italia, forte e rispettata nel mondo.

E questa grande prospettiva politica e sociale si concretizzò proprio con il trionfo del fascismo, il quale, per i vent’anni successivi, trasformò letteralmente i caratteri del popolo Italiano indirizzandoli verso le vette dell’etica e dello spirito, e verso la concretezza sociale ed economica. Fu una grandiosa sintesi tra lo spirito guerriero dei romani, la verticalità dello spirito ghibellino e medievale, la genialità del rinascimento e la modernità sociale del fascismo. questa fu l’Italia che emerse dalle trincee del Carso.

L’Italia si è dunque consacrata sul Piave e sul monte grappa, sull’Isonzo e sul Lavaredo. un popolo si forma infatti, è bene sempre ricordarlo, con la lotta e con il sangue, e non con le carte bollate ed i giochetti della diplomazia.

È per questo che siamo qui, a rendere omaggio a questi ragazzi che combatterono con la profonda consapevolezza dell’atto eroico che compirono, e siamo qui con una profonda differenza rispetto a tutte quelle sbiadite cerimonie di regime che in questo momento si stanno svolgendo alla presenza dei vertici istituzionali che nulla hanno a vedere con la memoria di quei ragazzi, cerimonie che sono in realtà un oltraggio alla loro memoria, essendo intrise di retorica e sub-valori esattamente contrari a quelli per i quali fu combattuta la guerra.

Come sono stati un oltraggio tutti i tentativi di equiparare i disertori a coloro che, pur avendo anche avuto una legittima paura, non sono mai scappati di fronte al nemico.

Ma noi ben sappiamo come i valori si siano letteralmente capovolti nel nostro tempo. Per questo siamo qui, ad ascoltare il loro canto, a sentir vibrare la loro voce, ad ammirarli nello spirito ormai armonizzatosi con queste montagne, con queste valli.

Cari ragazzi del ’98 e del ’99, cari fratelli di una grande stirpe italica, non vi abbiamo dimenticato, e sul vostro esempio ora anche noi facciamo un patto, un solenne giuramento di fronte a questa terra bagnata dal sangue degli eroi.

Portare avanti i valori per i quali vi siete battuti: il coraggio, l’onore, l’amore per la patria, il cameratismo.

Viva Federazione!!

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