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Foibe: ricominciare da capo!

Una decina di anni or sono pensavamo di essere giunti alla fine di un percorso.
Le Foibe finalmente furono portate all’attenzione pubblica, il velo di omertà che le nascondeva venne squarciato, la sorte dei nostri connazionali delle terre di confine orientali fu infine riconosciuta anche dalle istituzioni.

Le battaglie portate avanti per decenni dai ragazzi “di destra” furono giustamente vinte e rivendicate.

Il terreno su cui ci muovevamo era insidioso perché da un lato c’era un sistema di controllo dell’agenda culturale ideologicamente schierato contro la verità. Dall’altra c’era la paura di venir strumentalizzati per calcoli partitici e di anticomunismo di facciata.

Lo sentivamo come un dovere verso nostri fratelli, che dopo la tragicità dei massacri e l’onta dell’esodo dovettero subire il silenzio e l’oblio.
Parlammo con gli esuli e i sopravvissuti, ci emozionammo con le loro foto sbiadite, i loro cimeli, i loro ricordi sempre lucidi di una terra che ancora chiamavano casa.
Fiaccolate e cortei. Dibattiti nelle scuole e volantinaggi fuori le università.
Facemmo viaggi nei luoghi della tragedia, terre belle e tristi.
Pensammo infine che la “questione” Foibe fosse stata consegnata alla storia ed alla pace.

Ma ci sbagliavamo.
Ridicolizzando una tragedia, l’establishment progressista, per un macabro gioco politico, iniziò a contrattaccare.
ANPI e Istituzioni in mano ai vecchi compagni, tentarono la carta del negazionismo, del giustificazionismo, della menzogna.
Quando alcuni considerarono il ricordo delle Foibe una battaglia di retroguardia, ecco che bisogna subito rimboccarsi le maniche.
E gli italiani liberi non cederanno il passo di fronte all’ennesima vergogna.
Fu una tragedia immane, che non troverebbe giustificazione nemmeno di fronte a presunte ingiustizie perpetrate dagli italiani.

È nostro dovere restare a vigilare affinché questo sangue d’Italia non sia lavato via con colpi di spugna per mano di chi fa del calcolo politico la propria coscienza.
Non accetteremo compromessi.
Lo dobbiamo a quegli sguardi che incrociammo anni fa.

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