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Global Compact for Migration: volontà esplicita di alterare la percezione della realtà sul fenomeno dell’immigrazione di massa

Verrà votata oggi in parlamento la mozione concernente la sottoscrizione del cosiddetto trattato “Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration” abbreviato come GCM.

Riportiamo dal sito ufficiale dell’evento che si tratta letteralmente “del primo accordo negoziato a livello intergovernativo e preparato sotto l’auspicio delle Nazioni Unite, con l’obbiettivo di trattare tutte le questioni riguardanti il fenomeno della migrazione internazionale in maniera olistica e onnicomprensiva[1]. Il compact, cioè patto o accordo si basa su un precedente accordo iniziato ad aprile 2017 e la conferenza intergovernativa che avrà luogo a dicembre servirà perlopiù  per l’adozione dello stesso accordo da parte dei rappresentanti di innumerevoli paesi.

Il testo in questione è consultabile sul sito in cinque lingue: arabo, inglese, francese, russo e spagnolo.
A margine ci si domanda, come sia possibile che un accordo che si prefigge di essere incisivo a livello addirittura mondiale non sia stato tradotto nelle lingue di un maggior numero di paesi e specificatamente di quei paesi che nell’ottica immigrazionista si ritengono le mire predilette dell’invasione: pensiamo ai paesi del Nord-Est e Centro-Europa. Non valga qui la scusa delle lingue internazionali e franche usate nei trattati; il livello della questione è tale da poter assumere connotati inerenti un radicale mutamento di stile di vita per le popolazioni native. Come ogni studente del primo anno di traduzione sa bene, ogni traduzione è di per sé un originale. Questo vuol dire che mutando il piano linguistico cambiano inevitabilmente i significati. La questione delle traduzioni nei trattati di diritto internazionale non verrà però da noi trattata più nel dettaglio, non essendo noi esperti in diritto internazionale. Tuttavia ci appare doveroso far presente la questione: quanti nativi italiani davanti al nome “Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration” hanno letto e approfondito il testo originale? Forse potrebbe apparire che questa mistificazione a mezzo linguistico e ad uso e consumo delle élite globalizzatrici sia ben lontana anche dalla sola comprensione di ampie fasce della popolazione.

Abbiamo notato con piacere che da più fronti e posizioni differenti sono state mosse critiche a questo accordo, specialmente per quanto riguarda gli aspetti giuridici e politici che un simile accordo porrebbe in essere. Senza nulla togliere al valore delle critiche già presenti sia in rete che su cartaceo, crediamo sia opportuno aggiungere un’ulteriore riflessione su un aspetto a noi caro e non precedentemente trattato.

Nella bozza finale dell’accordo[2] troviamo a pagina 24 il paragrafo dell’obbiettivo 17, diviso in successivi sotto-paragrafi. L’obbiettivo 17 si apre asserendo di volere “eliminare ogni forma di discriminazione e promuovere un discorso pubblico basato sull’evidenza per rimodellare la percezione della migrazione”[3]. Il processo decisionale “basato sull’evidenza” è una terminologia americana, inizialmente propria dell’ambito della medica clinica e poi per estensione utilizzata per indicare un sistema di pratiche che dovrebbe essere basato sulle migliori ricerche reperibili sul tema, dall’esperienza sul campo e dalla contestualità[4]. In che modo, e quali discipline accademiche dovrebbero portare queste ricerche così efficaci e puntuali? Forse la sociologia, la geografia antropica, l’economia sociale? Peccato però, che, come è risaputo, questi tipi di studi e la sociologia in particolare sono ben lungi dal poter essere scientifici e obbiettivi. Le scienze sociali stesse, infatti vista la materia trattata, cioè l’essere umano e la natura dei fatti sociali, risentono fortemente della struttura interpretativa degli studiosi. Non vi è altresì alcuna neutralità in questi ambiti accademici, quasi del tutto dominati da un’unica visione della società, della storia, dell’uomo: una visione progressista che non tiene conto dell’importanza del preservare le culture e le etnie. Per le scienze sociali l’uomo e la sua mente sarebbero una “tabula rasa” (celebre idea del filosofo John Locke) sulla quale sovrastrutture di diverso tipo verrebbero innestate. Tuttavia questa supposizione è da considerarsi errata a livello tradizionale, in quanto l’uomo non viene concepito unicamente come “tabula rasa”, ma parte di un organismo più grande verso il quale è collegato per mezzi ereditari. Gli studi della genetica inoltre dimostrano sempre maggiormente ci siano basi genetiche per moltissimi tratti umani, non solo patologici ma anche comportamentali. Forse nell’antica diatriba tra “ambiente” e “natura”, all’ambiente non spetta ancora l’ultima battuta.

Oltre ciò ci preme mettere in luce una parola che compare sia nel titolo dell’Obbiettivo 17, sia più volte nel testo dello stesso: il termine percezione. Chi ha compilato questo documento ammette chiaramente di voler influenzare la “percezione della migrazione”. Ma cosa significa? Significa, in altre parole, lavorare con potenzi mezzi di convincimento mediatico, finanziati in questo caso dalle Nazioni Unite, per operare un fenomeno di lavaggio del cervello, creare una alterazione cognitiva della “migrazione” (leggi “invasione”). Si potrebbe facilmente dedurre che senza questa operazione che mira a far percepire le cose in maniera diversa, una accettazione passiva, magari pure allegra dell’invasione non sia possibile. È una lobotomizzazione soft, ma neppure troppo essendo che il documento si propone di far inasprire le leggi liberticide verso chiunque critichi questo progetto.

Dunque appare che se il fenomeno è in sé negativo l’unico modo per farlo accettare sia una serie di “finestre di Overton” che puntino al mutamento della percezione. Cioè in parole più semplici operare una mirata propaganda che faccia sovrapporre all’immagine basata sulla realtà dell’invasione un fenomeno tutto sommato positivo di “migrazione benefica e portatrice di benefici per i riceventi”. Ci troviamo davanti a propaganda di tipo sovietico puro: nella lingua russa infatti l’italianismo пропаганда “propaganda” dal significato originale latino di “diffusione della fede” ha avuto l’aggiunta della accezione negativa di obbligare a credere in qualcosa che si sa essere falso e portatore di disgrazie[5].

Vista come è finita l’Unione Sovietica, non possiamo che augurarci che simili mezzi di propaganda possano fare la stessa fine: essere aborriti soprattutto da chi più li ha sofferti!

[1]              https://www.iom.int/global-compact-migration

[2]              Pg. 24, https://refugeesmigrants.un.org/sites/default/files/180711_final_draft_0.pdf

[3]                Ibid.

[4]              https://vetoviolence.cdc.gov/apps/evidence/docs/EBDM_82412.pdf

[5]                Sulla accezione negative del termine “propaganda” in russo si veda a titolo di esempio questo articolo, il cui contenuto (propaganda russa in Estonia) non è tema di questo articolo https://www.svoboda.org/a/27571259.html

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