Approfondimenti,  Attualità

ITALIA e VIRUS: ma NOI CI SIAMO!

L’Italia ha molteplici sfaccettature, i suoi abitanti hanno abitudini molto diverse tra loro.
Anche le lingue, nella loro forma dialettale, sono distanti anni luce.
Ma questa diversità è anche la sua forza, lo è sempre stata, anche nei momenti più bui.

Racconteremo perciò come la “stanno vivendo” le sue città e suoi cittadini, per darvi non solo un resoconto di cronaca, quello potete vederlo tranquillamente sui servizi h24 della televisione, ma proprio per scavare nel profondo e nell’intimo di quel sogno chiamato Patria.

Sappiamo bene che tra isterismi e cialtronerie è stato fatto un disastro, ma in questa sede parleremo degli stati d’animo di un popolo che non si è mai dato per vinto.

E non lo farà nemmeno questa volta.

Verba docent, exempla trahunt La parola insegna, ma l’esempio trascina.

 

CREMA (CR) – LOMBARDIA

Crema, pochi chilometri distante dal tristemente noto paese Codogno.

Il territorio cremasco è così avvolto in una cinta di fuoco in poche ore. Nessuno si sarebbe mai aspettato una situazione del genere. Vicino a casa, in quei piccoli paesi della bassa lodigiana sconosciuti a molti ma ricchi di tradizioni rurali, ci si chiede anche con egoismo “Perché proprio così vicino a noi?! “. Si è confusi.

Si susseguono pensieri negativi, consapevoli della difficoltà di abituarsi ad una vita diversa. Più tranquilla, ma dubbiosa. Concentrata sul quotidiano familiare. Le nostre case diventano, sin dal primo giorno di emergenza, nuovamente luoghi di protezione, quel focolare domestico in aperta campagna delle nostre amate cascine.

Non siamo in isolamento, ma per pochi chilometri, e quindi? Quindi ci si dà da fare, si annullano i vari impegni comunitari con tanta dedizione programmati e si rafforza il legame al nostro territorio. L’ospedale di Crema, da subito in prima linea, ha bisogno di sostegno. I nostri nonni, i nostri genitori e i nostri bambini vanno protetti. I nostri fratelli e le nostre sorelle non ci abbandonano perché nello sconforto generale non ci si perde d’animo. Il territorio cremasco è definito il cuore della Lombardia, quella zona verde che attirò la furia di Federico I Barbarossa, ma che risorse gagliarda.

Noi attendiamo guardinghi e responsabili di poter rivivere il nostro territorio, nella

consapevolezza di non essere soli e di aver trasmesso tenacia a tutta Italia.

 

VITTORIA (RG) – SICILIA

A Vittoria, come spesso avviene nelle città appartenenti all’estremo sud Italia, la vicenda inizialmente è stata considerata come un fenomeno distante e, di conseguenza, dal grado di pericolosità basso.

Anche qui ci si è divisi in fazioni: chi sottovalutava da un lato e chi estremizzava dall’altro, senza però avere piena coscienza, un po’ come nel resto d’Italia, di quanto stesse per accadere.

Ciò ha fatto sì che la gente affollasse, più o meno tranquillamente, le piazze, i centri commerciali ecc…

Decreto dopo decreto però, anche qui si è riusciti a prendere contezza della situazione e, finalmente,  il comportamento dei vittoriesi inizia ad essere responsabile. Si percepisce nell’aria un grado di turbamento ma, da buoni siciliani, viene prontamente smorzato dal nostro tipico umorismo.

Forse anche per questo non sono stati presi d’assalto supermercati e farmacie, a differenza di quanto è tristemente avvenuto in altre città d’Italia e della Sicilia.

In generale, va bene così: se da un lato è importante rispettare le regole imposte dal ministero della salute, dall’altro è di fondamentale importanza non farci prendere dal panico e risolvere, col contributo di tutti, il problema.

Ci auguriamo di poter abbracciare presto i nostri fratelli del nord Italia che, al momento, sono in prima linea nella lotta al virus.

Da Bolzano a Ragusa, un unico popolo: un unico sangue.

 

LODI – LOMBARDIA

La situazione lodigiana in merito alla ben nota pandemia è piuttosto surreale e decisamente complessa.
Se infatti sino a poco fa ci trovavamo di fronte ad una zona rossa ben delineata e sottoposta ad un regime di quarantena totale, ora viviamo in una situazione totalmente ribaltata.

Il capoluogo sino a domenica ha vissuto in uno stato di normalità apparente, ovviamente osservando le norme introdotte a fronte della situazione di emergenza odierna, che però di poco modificavano le abitudini dei cittadini, i quali probabilmente a fronte di una situazione che andava modificandosi giorno per giorno cercavano di cogliere tutto ciò che di buono si poteva cogliere.
Pensate che l’odierna ordinanza che prevede la chiusura dei locali pubblici o luoghi di aggregazione alle ore 18:00, in città era già presente ben più di una settimana fa, per poi essere abrogata nel giro di 24 ore.
Tutto ciò ha provato un gran sollievo in ognuno di noi, anche perché la stessa natura umana ci spinge di per sé ad interpretare questi segnali distensivi con i migliori auspici, salvo poi presentarci il conto.

Il comune di Codogno, epicentro del contagio, seppur a poco più di 20 chilometri, veniva percepito come un luogo astratto e molto più lontano, quasi uno stato mentale e non una realtà che sino a poche ore prima del suo isolamento aveva regolarmente interagito con noi, vuoi anche solo nel gesto del prendere un caffè nella piazza o nel doversi recarvici per una commissione lavorativa. Tutto ciò che era accaduto in precedenza non era più neanche un timido ricordo, era completamente sparito a seguito di un meccanismo di autodifesa rivelatosi poi autodistruttivo.
Le sirene delle ambulanze, quelle ci hanno riportato alla realtà, con cadenza regolare le ascoltiamo passare dai nostri salotti, dalle nostre camere da letto, dalla nostra intimità più profonda. Ora il virus è reale.

 

MOSCIANO SANT’ANGELO (TE) – ABRUZZO

Quella che inizialmente era considerata un’influenza passeggera o l’ennesima psicosi da scongiurare, si sta rivelando un problema da non prendere assolutamente sottogamba.

I contagi intorno a noi aumentano, così come i controlli e le misure restrittive. A fronte di ciò, la cittadinanza sembra aver recepito la serietà della questione e si attiene al rispetto delle norme per buonsenso e spirito comunitario.
A risentirne maggiormente sono i professionisti e i commercianti che vedono le loro attività fortemente colpite anche se per causa forza maggiore.

Ci auguriamo di cuore che la cooperazione possa rappresentare, nel più breve tempo possibile, non l’alternativa ma la soluzione a questa ennesima minaccia.

 

BARI – PUGLIA

Quando tutto era confinato alla Lombardia e al Veneto si sono delineati più fronti: quello di chi non poteva, o voleva, fermarsi ed ha continuato a lavorare e produrre, organizzandosi e tutelando la salute di tutti; quello di chi “abbiamo già superato il colera, figuriamoci” e quello di chi “speriamo che si stanno là e non scendono”.

Quando poi è arrivato anche qui si sono colti due aspetti sociologici: il primo che tanti pugliesi devono lavorare e studiare al nord, e sono stati maledetti su tutti i social quando tornati a casa, ma soprattutto che abbiamo rinunciato a quello che oggi sarebbe l’unica soluzione possibile per uscire di casa: la terra, la campagna, l’aria aperta. Viviamo in equilibrio, in interdipendenza ma un vero senso di appartenenza, e quindi rispetto, alla propria terra, alla propria famiglia, al proprio Paese ci potrebbero salvare, a prescindere dal Virus.

 

GENOVA – LIGURIA

Stretti tra i monti ed il mare. Avvezzi ad esigui spazi. Diffidenti, restii ai cambiamenti, sospettosi nei confronti delle novità o delle cose di cui non si conosce pienamente l’effetto… “maniman”.

Storditi da un fine settimana che ha indotto ad uscire, a riappropriarsi di spazi e socialità, oggi ci troviamo al punto zero ripartendo da un perentorio: state a casa beline!  Emergenza da affrontare con rigore e serietà, con zelo e tenacia caratteristiche della gente ligure. Altro che movida nel centro storico!

Muretti a secco, barche alla fonda, arenili svuotati, caruggi deserti, creuze desolate, batusi a casa da scuola. Via il superfluo spazio all’essenziale. Parsimonia (che non è avarizia) per misurare ogni situazione. Mugugno, tanto mugugno unito a voglia di capire, di non intralciare. Rispetto per le istituzioni, i servizi, le persone. “E a ste panse veue cose che daià cose da beive, cose da mangià”. Su tutto un faro di luce, la Lanterna che da secoli rischiara le tenebre ed indica l’approdo ai naviganti. Giungeremo in porto anche questa volta, il modello Genova è anche questo.

 

CATANZARO – CALABRIA

La Calabria, un po’ come tutta l’Italia, ha inizialmente sottovalutato la potenza del virus. Quando però la situazione si è aggravata, tutti abbiamo assistito all’irresponsabile esodo verso sud da parte di molti meridionali residenti in Lombardia che hanno assaltato treni e bus per ritornare a casa. Questo comportamento ha messo in pericolo non solo i propri cari, ma l’intera popolazione che convive con un sistema sanitario al collasso. Il dato che fa riflettere è che poco più di 4000 calabresi hanno denunciato alle autorità il loro rientro, ma potrebbero essere molti di più quelli che si sono mossi per tornare in regione. Allo stesso tempo tanti altri sono rimasti al nord rinunciando alla vicinanza con i propri affetti per il bene primario della nazione, molti dei quali anche in prima linea negli ospedali più interessati dall’epidemia. Una doppia faccia della stessa medaglia: chi esempio, chi scempio.

Non hanno fatto scalpore le parole della Governatrice Jole Santelli: “C’è paura, perché la Calabria non è pronta a sostenere l’emergenza come è accaduto in Lombardia. La sanità calabrese viene da anni di commissariamenti e tagli”. La Calabria dunque non è pronta e, se la situazione dovesse peggiorare, i rischi per i contagiati andrebbero ben oltre le possibilità di tutela sanitaria.

In regione dunque si è passati da “è solo un’influenza” al panico. Strade deserte e coprifuoco, per rispettare le ordinanze, ma allo stesso tempo supermercati assaltati e rientri non dichiarati. A dimostrazione che in questo momento la popolazione si divide tra uomini e quaquaraquà.

 

SIGNA (FI) – TOSCANA

In una zona d’Italia non fortemente colpita dall’epidemia, la normale quotidianità si è comunque dovuta fermare.
Le piazze e le vie semideserte trasmettono un vuoto particolare e incomprensibile. Così come la strada principale, dove un astruso silenzio ha rimpiazzato il quotidiano fragore di migliaia di macchine. I negozi aperti appaiono come luci nella notte, di fronte alla quale gli abitanti non mostrano comunque abbattimento o insofferenza. “Si starà in casa sul divano”, “Passerà anche questa”, le voci che manifestano lo stato d’animo di giovani e meno giovani.

Niente panico. E una responsabilità percepita di fronte alla situazione d’emergenza. Oggi più che mai, bisogna farsi popolo. C’è un nemico invisibile da sconfiggere. Dobbiamo farlo tutti insieme, e diventeremo più forti di prima.

 

LEGNANO (MI) – LOMBARDIA

È strano.
Non crediamo ci sia parola migliore per descrivere la situazione attuale.
Non avremmo mai pensato ci fosse qualcosa capace di non farci ritrovare insieme, come da prassi, il giovedì sera nella nostra cara Avalon.
E oltre al giovedì, tutte quelle serate, sempre smaniosi di stare uno accanto all’altro e raccontarci dalle avventure goliardiche per poi passare ai discorsi più alti ed elevati.

Sappiamo che per tornare a quel clima comunitario basterebbe poco, ritrovarsi, anche nel più infimo degli scantinati…i controlli non fanno paura, e se ne fanno, di certo non abbastanza per fermarci.

Ciò che ci tiene al nostro posto è ben altro: il dovere verso questa nazione ed il suo popolo, il senso civico.
Molti ignorano le disposizioni, e in molti sono scappati anche dalla nostra città.

Noi siamo di altra tempra, amiamo definirci “militanti” e “soldati politici” non solo quando fa comodo o quando siamo dentro una sede, lo siamo sempre nell’arco della nostra vita.
Ci dominiamo e restiamo saldi, pronti ad altre eventuali rinunce, ligi ad ogni nostro dovere verso gli anziani, i malati, i gracili.

Per superare questa calamità c’è bisogno del contributo di tutti, sappiamo che la supereremo insieme, e che ci renderà più forti, ed ancora più uniti.

 

ROMA – LAZIO

Il fatalismo dei romani (quelli di oggi) è cosa nota a tutti. Il rischio contagio è stato visto distante, senza una percezione reale delle sue dimensioni, almeno fino a quando non ha cominciato a diffondersi.
“Che ce dovemo fa”, “tanto dovemo morì tutti”, “vado al ristorante così se me ricoverano c’ho la panza piena” e via dicendo.
Questi i leitmotiv dei discorsi nei mai veramente desolati bar.

Quello che non era così prevedibile è stata la corsa all’approvvigionamento subito dopo il decreto che estendeva la zona rossa a tutta Italia. Rischio contagio altissimo, per fare una cosa che il giorno seguente sarebbe stata fatta comunque e con più criterio.
Questo ribadisce ancora una volta che gli sbruffoni lo sono fino al primo fischio di pallottola, poi se la danno a gambe levate.
Tornare all’antica austerità e sobrietà di atteggiamenti e costumi dei nostri avi sarebbe il primo passo verso una ricostruzione, prima morale che economica.

 

MILANO – LOMBARDIA

Milano è considerata la capitale della moda, della finanza e la città che guarda al futuro. Una storia importante che la contraddistingue ed un futuro che fino all’ultima settimana di febbraio sembrava inarrestabile.
Nonostante il Sindaco che la governa, Milano ha sempre saputo funzionare da sola ai ritmi frenetici che la contraddistingue. Ma a volte arriva qualcosa che non capisci, che non ti aspetti.

Il Coronavirus, qui, è stato preso sottogamba dalla maggior parte dei cittadini. Ai primi decreti le risposte sono state quelle che “una città così non si poteva fermare”, “l’economia ne avrebbe risentito troppo e nessuno poteva impedirci di andare nei locali sui navigli o in Corso Como”. Eppure, i casi continuavano ad aumentare, gli ospedali che da sempre vengono considerati delle eccellenze sono al collasso.
Al Niguarda, per esempio, non intubano più gli over 60 e questa scelta hanno minacciato di prenderla anche altri ospedali. Allora Milano ha deciso di rallentare, non si è fermata ma la vita sta cambiando.

Questo virus sta insegnando ai milanesi che si può vivere anche riducendo un po’ quella vita sfrenata e frenetica a cui si è abituati. Si è passati dal poter fare tutto a dover far la coda per far la spesa. Forse questo ci farà tornare sulla terra ma ci ha fatto anche capire che tra chi fugge e chi fa finta di nulla, i milanesi ed i lombardi possono contare solo su loro stessi.

 

MILANO SUD – LOMBARDIA

Se, come detto, Milano è considerata la città dell’eccellenza per tanti aspetti, punta di diamante della finanza, cervello cuore e polmoni di uno stile invidiato e copiato in tutto il mondo è giusto in questo momento di incertezze dedicare due parole anche alle sue arterie pulsanti. Le periferie e tutte quelle realtà di paese che compongono in parte questo puzzle della città metropolitana, la cosiddetta area di Milano Sud. La periferia popolare sembra uno scenario di un film post-apocalittico, centri commerciali tempestivamente presi d’assalto da orde di irresponsabili e mercati rionali cancellati.

A pagarne le spese sono sempre le categorie più deboli, gli anziani, le donne, già ampiamente abbandonati dalle istituzioni, che vivono nella costante paura che la periferia possa tornare ad essere ancora una volta terra di nessuno, con balordi senza scrupoli pronti a schiacciare il più debole approfittando, grazie ai decreti a metà, di questa situazione “anarchica”.

Questa incertezza crea forti problemi ai produttori a KmZERO visti i tanti ordini bloccati dai ristoranti che servono sulle loro tavole prodotti tipici del territorio e dove fino a qualche settimana fa i milanesi del centro passavano le loro domeniche in famiglia respirando quel senso conviviale, famigliare che affonda le radici in questa parte più rurale e tradizionale della città!

Molte ditte chiuse, piccoli commercianti anche, tutte categorie che all’unisono sembra non abbiano timore del virus in sé ma dello strascico che esso si porterà dietro. Questa però non può essere la preoccupazione principe vista la gravissima situazione che il nostro paese sta attraversando e, forse, la consapevolezza di ciò sta entrando in ognuno di noi.

La sensazione che si respira è infine il terrore di dover “soccombere” sotto i colpi di un governo di inetti e di un’Europa inesistente, che negli anni ha già creato diversi disagi soprattutto agli agricoltori, che nonostante tutto affondano ancora con orgoglio le loro mani in una terra prosperosa.

 

FIRENZE – TOSCANA

Anche i fiorentini, sempre pronti allo scherzo, alla battuta, alla punzecchiata si sono ritrovati vivere questo periodo – a dirla semplice – così paradossale.

Certo che vedere via Calzaiuoli, il Duomo o piazza della Signoria solitamente così piene di turisti e di fiorentini mentre oggi sono così vuote è davvero strano, angosciante e fa quasi male. È segno però di una città che ha risposto come sempre, e non si provi a dire il contrario, «presente!». Anche a questo giro i fiorentini hanno seguito quasi alla lettera la chiamata del Premier Conte. Il “quasi” è d’obbligo perché in realtà qualche assalto di troppo ai supermercati si è registrato, episodi che fortunatamente si contano sulle dita di una mano. Sono maggiormente degni di nota gli eventi di solidarietà e di rispetto delle norme, come quelli presi dell’ormai famoso Tommaso Mazzanti dell’Antico Vinaio, che prima dona le sue schiacciate nei reparti di alcuni ospedali impegnati nell’emergenza Covid-19, poi decide – non potendo garantire l’incolumità dei clienti e dei propri dipendenti – di abbassare le serrande fino a data da destinarsi.

Anche Esselunga è sempre in prima linea, avendo deciso prontamente di aiutare i più anziani offrendo la consegna a domicilio gratuita per gli over 65, o la sempre presente Croce Rossa Italiana che ha lanciato un appello a collaborare per portare nelle case dei fiorentini più a rischio spese, farmaci e beni di prima necessità. Una città quindi che, tutto sommato, oseremmo dire «l’ha presa bene».

D’altronde, visti i tempi che corrono, avrebbe potuto fare il contrario?

 

TORINO – PIEMONTE

Come in tutta Italia anche Torino e provincia si trova a dover fronteggiare una situazione difficile.

Si ha a che fare con persone che estremizzano la situazione, chi facendosi prendere dal panico e chi, irresponsabilmente, continua a comportarsi come sempre, uscendo senza prestare attenzione alle regole dettate sia dal buonsenso che dai nuovi decreti.

Molto spesso sono più gli anziani che i giovani a trovare difficile restare a casa, forse a causa della solitudine che devono affrontare.

Riuscire a far combaciare le nuove direttive alle abitudini lavorative è spesso un tema per molti versi impegnativo, ma mettendoci forza di volontà, attuabile da tutti.

La famiglia è tornata ad essere il fulcro della vita quotidiana, permettendo di riassaporare il piacere di stare insieme, elemento che avrebbe dovuto sempre contraddistinguere questo legame, ma che per troppo tempo è rimasto assopito dalla frenesia dei giorni nostri.

Affacciandosi alla finestra, infatti, non è più così difficile scorgere una nonna che finalmente, ritrovata l’attenzione dei propri nipoti, ritrova anche la spensieratezza, ardua da provare di questi tempi se ci si soffermasse solo sulla situazione, ma se riuscissimo a estrapolare e dare risalto alla positività di una ritrovata vita familiare, ci accorgeremmo di quanto la spensieratezza sia in realtà un’emozione semplice e autentica.

 

MONZA – LOMBARDIA

Monza, una città discreta, a tratti silenziosa ma sempre pungente e puntuale quando ce ne è bisogno. Il monzese è abituato al lavoro ma anche alla casa, la città di notte non è soggetta ad una movida sfrenata, eppure anche qui, all’inizio non si è riusciti a digerire del tutto le restrizioni. Forse proprio lo spirito borghese insito in molti cittadini non ha fatto sì che si provasse per un attimo a pensare all’altro, a colui che è più debole, a colui che rischia di più. Poi però si accende la TV la sera e si sente parlare di morti, ospedali pieni ed i primi casi nella nostra città. Ora diventa tutto più reale, ora il virus è qui. Inizia così la corsa ai supermercati, i monzesi non escono se non per necessità e seguono, quasi tutti, scrupolosamente le indicazioni. Certo c’è chi ancora va al parco perché tanto la libertà non può togliergliela nessuno ma di che libertà parliamo? Quella di rischiare di infettare o di farci infettare?

Monza sembra fredda ma in realtà nei momenti di difficoltà si unisce ed in questi anni ha sempre dimostrato una grande capacità di essere solidale. E vediamo infatti gli ultrà della curva Davide Pieri, che hanno avuto la sensibilità di comprendere la realtà dei fatti, ed hanno espresso con uno striscione fuori dall ‘Ospedale San Gerardo stima e ammirazione per i medici e gli infermieri che stavano in trincea a combattere una battaglia per tutti noi. Dai Bagaj, fino alla vittoria!

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L’immagine in copertina è del film “La Grande Guerra” di Monicelli. I due protagonisti, seppur nelle loro bassezze, riscatteranno l’onore d’Italia, morendo pur di non tradire. 

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