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La “fase 2”…nel nome di Schauble?

 

Forse, sulle prime, il messaggio non è giunto appieno. Probabilmente si dovrà attendere ancora un pochino prima che il “mainstream”, o il discorso pubblico come una certa carità (linguistica) di patria supplicherebbe, si accorga del salto qualitativo che le recenti dichiarazioni di Wolfgang Schauble, presidente del Bundestag tedesco, genereranno da qui alle prossime settimane le quali si annunciano, almeno da noi, ancora di chiusura forzata.
Cioè, uguali a quelle passate.
Perché affermare, di questi tempi nei quali il dibattito gravitante intorno a come/quando/perché cercare di superare la fase emergenziale della pandemia virale appare mosso unicamente dal principio “inviolabile” della “tutela-della-salute-prima-di-tutto”, che “la dignità delle persone viene prima della salvaguardia della vita” contiene in sé tanta stupefacente violenza di significato da sembrare quasi rivoluzionario. Se vi sarà una vera fase 2, questa sarà senza dubbio quella aperta da queste parole. Ci pare così per almeno due ragioni.

In primo luogo, il nostro attuale rapporto con la morte.
Sin dai primissimi casi di contagio segnalati le azioni, i comportamenti, i pensieri sono stati ovunque ispirati e guidati dall’unico dogma assoluto dinanzi al quale il resto (magari anche principi non così bestemmie voli, come la dignità umana) perdeva di valore: la vita (e la salute) prima di tutto.
Schauble, 77 anni, e quindi nella fascia d’età più ad alto rischio per la pandemia, chiede sì di riaprire, e di farlo in fretta; chiede sì di riflettere sulle disastrose conseguenze economiche (e psicologiche) di una chiusura prolungata; ma, quel che è più importante, insiste sul fatto che “tutti lasciamo questo mondo prima o poi”, ragione per la quale, aggiunge, la sua “paura è limitata”.

L’eterna dicotomia su cui si avviluppa l’irrisolvibile dibattito sul fine vita, con la prevalenza cattolica della vita sulla dignità contro la prevalenza (radicale, ma non solo) della dignità su differenti sfumature di vita, è soltanto una lontana eco, dal momento che Schauble, di fatto, parla di sé stesso e di quanti si allineano ad un simile genere di pensiero.

La società odierna, lo sappiamo ormai bene, ha svuotato di significato la morte, non vuole farci i conti, non la contempla tra le varianti possibili della parabola umana. Di fatto, non la accetta. E allora, dopo quanto faticosamente fatto da tutti noi nel tentativo di contenere al massimo la minaccia del virus, arriva un momento in cui, faccia a faccia con sé stessi, si guarda al proprio stato e alla propria condizione: quella di reclusi forzati, dalle prospettive di lavoro incerte, senza nemmeno la sensazione di poter contare su uno Stato amico. “Mantenendo il distanziamento sociale e adottando tutte le precauzioni possibili” potremmo anche morire. E arriva il tempo in cui l’ipotesi andrebbe presa in considerazione.

In secondo luogo, il bisogno necessario della politica.
Per quanto ciniche e, per certi versi, germogliate dal seme protestante germanico, le frasi del “falco” tedesco, non esattamente dettate da una fremente volontà di conciliazione, fanno notare come sia problematico affidare il futuro della comunità alle mere decisioni guidate da un criterio esclusivamente scientifico, e che per il ritorno alla normalità è necessario valutare una serie di fattori di ordine sociale, economico, psicologico, politico. Ecco quindi come la tanto odiata e bistrattata politica ritorna in gioco.
Per quanto i pareri (pareri, in nessun caso riterremmo accettabile che si parli di “verità”) della scienza siano stati necessari per costruire una consapevolezza pubblica sui rischi per la salute umana, è bene ricordare al tempo stesso che la “fase 2” dovrà per forza di cose vedere la prevalenza della discrezionalità politica sul rigore tecnocratico e scientifico. A maggior ragione se si tiene conto della conoscenza affatto scontata sul virus e sui suoi effetti.  La domanda ultima è quindi di quelle brucianti: “salvare una vita non ha prezzo?”.
Fino a che punto possiamo oggi sostenerlo? Ciò che si può rispondere al momento è soltanto la soddisfazione intellettuale di veder aperta una breccia di eresia sulle pareti di cartongesso di un dibattito, quale quello attuale su ritorni alla normalità e dintorni, insopportabilmente monotono e invero poco eccitante.
Per evitare che tutto questo cianciare si riduca ad una scelta tra “la borsa e la vita”, tra il Pil e il numero di morti da dare come scontati, o forse per  meglio dire, tra gli apologeti del “prima la vita” e quelli del “prima la dignità”, dovrà essere la Politica a riprendere in mano la tolda di comando. Ritornando ad essere sé stessa.

 

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