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La Missione civilizzatrice di ROMA – parte 2

Roma: un mito della storia

Dopo aver letto e analizzato in grandi linee Roma come esperienza metastorica e mitico-simbolica, vediamo ora come Roma sia entrata nella storia dalla porta principale, scardinando con la sua potenza ogni ostacolo che gli si presentava innanzi. E’ questa infatti la ragione visibile del mito di Roma: la sua forza devastante costruita con il sangue, il sacrificio ed il sudore delle sue genti nel corso di dieci secoli. Una forza che parte dai piani superiori dello spirito e che si è potentemente inserita nei fatti storici attraverso una incredibile capacità di organizzarsi e di risorgere sempre anche dopo cocenti sconfitte.

Il mito storico di Roma è pertanto legato principalmente alla sua capacità di vincere battaglie e guerre praticamente ininterrottamente per più di 500 anni, quindi alla sua macchina militare. Questo è certamente vero, se pensiamo che all’epoca, non essendoci tecnologie militari moderne e bombe atomiche varie, le guerre venivano decise esclusivamente dal valore e dalla qualità degli uomini. E’ il legionario romano dunque il principale artefice della grande avventura, quel legionario che, fino alla grande riforma di Mario, era il cittadino che serviva la repubblica sia in pace che in armi. Fin dalla maggiore età infatti, i giovani romani e, in diverse forme, i loro alleati, prestavano il servizio militare addirittura per quasi 20 anni, fino a circa 40 anni, dopodiché si dedicavano alla vita civile in città oppure nelle campagne, sempre pronti però a riprendere le armi nel caso bisogno della repubblica.

I grandi comandanti romani hanno potuto dunque contare su una qualità di soldato eccelsa per quell’epoca, una qualità che garantiva mosse e manovre ardite ed incredibili come vedremo in seguito. Un soldato che quando combatteva, lo faceva con forza e determinazione e sempre nel nome dell’SPQR.

Ma entriamo ora nel vivo del nostro racconto storico.

Roma si affaccia nella storia intorno al 500 a.c. quando, risolte alcune importanti questioni interne relative agli equilibri ed agli assetti tra i vari corpi costituenti la giovane urbe, trasforma la propria architettura statale diventando una repubblica da una monarchia arcaica quale era. Ovvero da quell’età regia che vide i sette re e che delineò le principali fondamenta dello stato romano.

Da notare subito il rivoluzionario, per quell’epoca, equilibrio tra la componente popolare e quella aristocratica della città sancita dall’ormai leggendario acronimo: SPQR.

Modello di governo che guiderà Roma fino a Cesare, e che gli consentirà di affermarsi su tutto il mediterraneo nell’arco di 400 anni.

Roma comunque fatica non poco all’inizio per conquistare l’Italia centrale, prima di sconfiggere Latini, Etruschi, Sanniti, Tarantini e Galli, deve infatti fare appello alle sue migliori qualità.

Un esempio su tutti è quello relativo al sacco di Roma operato da Brenno, e che finisce con il leggendario trionfo di Furio Camillo che esclama la famosa e significativa frase: NON CON L’ORO MA CON IL FERRO SI RISCATTA ROMA, a dimostrazione della vocazione guerriera e non mercantile della città, sottolineatura che, come vedremo in seguito, sarà determinante per il grande scontro con l’impero cartaginese.

A questo punto, siamo intorno al 250 a.c., Roma tiene saldamente in mano tutta l’Italia peninsulare, dalla linea La Spezia-Rimini fino allo stretto di Messina. Tutte le popolazioni preromane si sono ormai romanizzate. Roma aveva fondato innumerevoli colonie con cittadini romani che si erano trasferiti, insieme alle loro famiglie, nelle nuove città di fondazione. Ma soprattutto erano state le popolazioni assoggettate che, salvo qualche caso, dopo una legittima ed accanita lotta iniziale si erano convertite al modello di civiltà romana, condividendone il destino fino alla fine. Da notare che il modello di colonizzazione romana è considerato da tutti gli storici di tutte le parrocchie come un fenomeno storico di enorme rilevanza.

È altresì evidente che le capacità costruttive del cittadino romano debbano intendersi in tutta la filiera gerarchica, dal legionario semplice fino al comandante supremo, poiché è stato soprattutto grazie a questo delicato equilibrio virtuoso tra popolo e aristocrazia che si è giocato il destino di Roma.

Andiamo dunque avanti.

Come dicevamo, Roma si era affacciata nel mediterraneo intorno al 280-250 a.c., quando era ancora una piccola potenza militare, e quando i regni ellenistici, eredi di Alessandro Magno, dominavano praticamente il mediterraneo orientale, la Grecia, la penisola balcanica, l’Egitto, il medio oriente. Esistevano poi altri regni minori come i Parti, eredi dei Persiani. Ma la potenza più forte e più importante di quell’epoca era certamente Cartagine. Repubblica oligarchica di origine Fenicia, guardate caso non greca, con una spiccata propensione ai traffici ed al mercantilismo, dotata di una poderosa flotta navale, che aveva assoggettato il Nord-Africa occidentale, la Sardegna ed una parte della Sicilia. È con questa realtà che dunque Roma ha dovuto confrontarsi proprio per affermarsi definitivamente come grande potenza internazionale.

E lo fece in tre titaniche guerre che stupirono il mondo antico, ed anche i posteri, e che assorbirono tutte le energie morali e materiali dei due contendenti fino all’annientamento di una delle due: Cartagine, la potenza lunare, fondata da una donna, Didone, che si incrociò con Enea e che aveva costruito un impero dottrinariamente e spiritualmente all’opposto dei valori di Roma. Ma questo è un tema che abbiamo già affrontato nel capitolo precedente.

Fino al 300 a.c. Roma e Cartagine avevano convissuto senza entrare in collisione, attraverso diversi trattati infatti, avevano trovato degli equilibri nelle loro rispettive zone d’influenza. Ma ad un certo punto il quadro storico mutò, ed il terreno dello scontro fu la Sicilia con la sua città stato d’origine greca: Siracusa. A seguito così di alleanze incrociate vennero a trovarsi di fronte Roma e Cartagine.

Scoppiò la prima guerra punica, e Roma, potenza fino ad allora terrigna, riuscì incredibilmente in breve tempo ad acquisire una capacità di combattimento navale, anche grazie all’ausilio delle esperienze marinare di Etruschi e Latini costieri, con cui riuscì a sconfiggere Cartagine sul suo terreno: il mare, con la battaglia di Milazzo in cui furono utilizzati i famosi corvi per agganciare le navi puniche ed affrontare un combattimento di tipo terrestre. A quel punto il console Attilio regolo sbarcò in Africa, e dopo alcuno successi iniziali venne sconfitto e catturato dai cartaginesi. Il console venne invitato dal senato cartaginese a recarsi a Roma e, sotto la parola d’onore, a tornare dopo un’ambasciata di pace. Il console accettò, ma a Roma perorò il continuo della guerra e poi, per mantenere la parola data, tornò a Cartagine dove fu messo dentro una botte di chiodi ed ucciso.

Questo era lo spessore degli uomini romani.

Comunque Roma vinse e conquistò la Sardegna e la Sicilia.

Dopo qualche anno Cartagine meditò la rivincita, ed attraverso la sua famiglia più influente, i Barca, sbarcò in Spagna per creare una nuova colonia, fondando Cartagena. I Barca fecero un gran lavoro di consolidamento e di rafforzamento militare dell’esercito, ed è proprio in quel clima di riscatto e di rivincita, che crebbe il giovane Annibale, forse l’uomo che più di ogni altro mise in dubbio l’ascesa di Roma. Annibale fin da piccolo mostrò doti di comandante, sapeva prima ubbidire e poi comandare, era molto colto, conosceva il greco e la sua cultura, era un personaggio di statura mondiale. A 20 anni, morti il padre e lo zio, si trovò improvvisamente a capo dell’esercito e pensò subito di mettere in pratica il giuramento fatto a 9 anni di fronte al Dio Baal di odio eterno verso Roma. Il suo piano era semplice ma astuto: attaccare i romani dove meno se lo aspettavano, via terra attraverso le Alpi. Una strategia che solo un genio dell’arte militare poteva pensare e realizzare. Và anche detto che Annibale poteva contare questa volta su un esercito molto ben addestrato e soprattutto motivato quasi al pari del legionario romano. Nel 219 a.c. Annibale attaccò Sagunto, città iberica vicino l’attuale Barcellona ed alleata dei romani.

La seconda guerra punica era cominciata. I romani all’inizio sottovalutarono Annibale non sapendo neanche dove fosse, lui nel frattempo aveva conquistato Sagunto ed aveva attraversato i Pirenei eludendo i romani nei pressi di Marsiglia, fedele alleata di Roma. Ma il piano di Annibale continuava, con il suo esercito attraversò le Alpi, forse attraverso il Moncenisio, e si presentò improvvisamente nella pianura padana. Aveva preso i romani alle spalle, un piano che sembrava folle, in effetti perse quasi la metà del suo esercito ridotto a circa 20.000 uomini, riuscì perfettamente, al punto che la maggior parte delle popolazioni galliche della padana si allearono con Annibale. A questo punto il senato romano inviò i primi eserciti consolari al comando del Scipione padre dell’Africano. I romani furono battuti dalla superiorità tattica di Annibale in due importanti battaglie: Trebbia e Ticino. La valle padana, da poco conquistata, era persa. Solo a questo punto i romani si erano resi conto di avere di fronte un valido condottiero ed inviarono contro il punico il console Flaminio con un forte esercito. Annibale, che aveva buoni informatori, sapeva che il console sarebbe passato lungo le rive del Trasimeno e lì lo attese appostato sulle alture in un mattino nebbioso di giugno. I romani ignari ed in assetto di marcia si videro piombare addosso i cartaginesi avendo il lago alle spalle. Fu una carneficina, lo stesso console cadde in battaglia e solo una piccola parte di legionari riuscì ad aprirsi un varco e riparare nell’antica Perusia, che per la sua fedeltà fu premiata in seguito dai romani. A questo punto Annibale pensava di aver vinto la guerra, perché pensava che tutta la penisola si sarebbe ribellata al domino romano, ed invece, non ci fu nessuna defezione. Tutte le città che Annibale incontrava, gli sbattevano le porte in faccia, ed egli a quel punto cominciava a capire cosa era Roma: molto più di uno stato imperialista e conquistatore come Cartagine, molto più di una repubblica che sfruttava e schiavizzava i propri sudditi come faceva Cartagine. Roma cominciava ad apparire in tutta la sua potenza civilizzatrice, scevra da atteggiamenti avidi e tracotanti nei confronti dei propri cittadini. Cominciavano a delinearsi, come già accennato nei capitoli precedenti, le nette differenze tra due sistemi di civiltà.

Tuttavia Annibale non si scompose, ormai conduceva da anni una guerra autonoma ed indipendente dalla sua madrepatria che non vedeva dall’età di 9 anni, e continuò a scorrere indisturbato per l’Italia centrale, e questo i romani non potevano accettarlo. Il senato incaricò il vecchio Quinto Fabio Massimo, passato poi alla storia come il temporeggiatore, perché aveva capito che Annibale era praticamente imbattibile in campo aperto, e quindi cercò di fiaccarlo con attacchi notturni, imboscate e trappole di vario tipo. Una di queste gli era quasi riuscita quando Annibale fu intrappolato in una valle vicino Salerno, ma con un colpo di genio, mettendo torce infuocate sulle corna di una mandria di buoi facendola credere il suo esercito, riuscì di notte ad uscire dalla gola in cui si trovava. Questo era Annibale: genio, astuzia e coraggio. Ma Roma non era disposta ad accettare presenze nemiche sul suo territorio, ed allora incaricò due consoli, Varrone ed Emilio Paolo di attaccare Annibale. Venne messo su il più grande esercito romano fino ad allora creato, 80.000 legionari e cavalieri, il fior fiore della gioventù romana si mise in campo. I due consoli presero l’iniziativa ed Annibale li aspettò in una pianura di Puglia: Canne. Era un mattino afoso di agosto, i romani, nell’impazienza di combattere, avevano già commesso alcuni errori: avevano il fiume Ofanto alle spalle ed il vento contro, tuttavia Varrone, il comando spettava a lui quel giorno, volle attaccare nonostante i dubbi del più prudente Emilio Paolo. Annibale si schierò di fronte con la cavalleria, leggermente superiore, ai lati. I romani attaccarono e sotto il colpo d’ariete delle legioni il centro cartaginese arretrò. Un urto spaventoso che neanche i pur valorosi soldati di Annibale potevano reggere, ma il leone punico aveva previsto tutto. Il centro cartaginese arretrando disegnava una mezzaluna senza essere sfondato, e nel frattempo la cavalleria cartaginese circondava ai fianchi ed alle spalle i romani. A quel punto i legionari non riuscirono più a manovrare e furono letteralmente annientati. Emilio Paolo si tolse la vita, Varrone fuggì a Roma. Ancora oggi gli storici si interrogano sul come 40.000 uomini abbiano potuto avere ragione di 80.000 uomini tra i migliori combattenti dell’epoca. La risposta è solo una: il genio di Annibale. Per rendere l’idea del disastro romano Polibio ci dice che ogni famiglia romana ebbe un caduto a Canne. Roma non aveva più truppe ed a quel punto, secondo gli storici sarebbe dovuta uscire dalla storia. Ma ovviamente non fu così.

Non perse la fiducia in se stessa e fece appello a tutte le sue energie morali e materiali in uno sforzo titanico di affermazione dei suoi valori. Intanto Annibale, misteriosamente, evitò di attaccare direttamente l’urbe, andando invece a Capua che si era nel frattempo ribellata a Roma insieme a Siracusa, uniche due defezioni dopo Canne. Ma il senato e il popolo di Roma non si arresero, allestirono in fretta e furia una legione di schiavi a difesa di Roma ed incaricarono il temporeggiatore di riprendere la lotta con le ultime due legioni stanche e logorate rimaste in grado di combattere. Passarono addirittura alcuni anni in cui Annibale scorrazzava per l’Italia ed i romani che lo seguivano passo passo senza mai attaccarlo, con il risultato che i romani si rafforzavano e Annibale si indeboliva anche perché, nonostante egli inviò a Cartagine il fratello Astrubale, che per dimostrare la grande vittoria del fratello gettò sul pavimento del senato cartaginese gli anelli dei cavalieri romani morti a Canne, non riuscì ad avere se non pochi aiuti dalla madrepatria. Roma dunque non si arrendeva ma anzi cercava di ripassare all’offensiva, e nel suo campo cominciava ad emergere una nuova generazione di uomini coraggiosi e capaci, ma soprattutto tatticamente non certo inferiori al grande leone punico. Tra questi Publio Cornelio Scipione, che ancora 29enne fu nominato proconsole grazie alla sua personalità ed al suo carisma. Egli capì subito gli errori dei comandanti romani nell’uso della cavalleria ed attaccò Annibale nelle sue basi di partenza: la Spagna.

Conquistò con un colpo di genio Cartagena e sbarcò in africa per attaccare direttamente Cartagine, la quale, presa dal panico richiamò subito Annibale, il quale tornò in patria dopo 39 anni. Si trovarono di fronte i due uomini più importanti dell’epoca, ma l’iniziativa questa volta era di Scipione. Si scontrarono in una località destinata ad entrare nella storia al pari delle Termopili, di Poiteirs e di Lepanto: Zama. Fu una battaglia durissima per entrambi gli schieramenti, e nonostante ancora una volta Annibale escogitò un colpo da maestro nell’inventare per primo il concetto della riserva, fu battuto da un grande Scipione che durante la battaglia riuscì a fermare le sue truppe e ricompattarle prima dell’arrivo della sua cavalleria.

Finiva così la seconda guerra punica. Roma non fu più la stessa dopo di essa, si era trasformata in una grande potenza. Aveva perso il fior fiore dei suoi uomini, ma da quell’immane sacrificio era sbocciato un grande impero. Aveva subito l’onta di un nemico sul suo territorio per 20 anni, ma alla fine aveva vinto, incarnando alla lettera il principio di dottrina aria di lotta e vittoria… continua

FINE PARTE 2

(in copertina BELLUM – DUILIO CAMBELLOTTI – Leggende romane 1939)

 

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