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La Missione civilizzatrice di ROMA – parte 4

Le basi dei Mores maiorum: i valori della romanità
Tutti gli aspetti della vita, compresi i vari ambiti del diritto pubblico e privato, sono stati immensamente influenzati dal costume che si era formato nel corso dei secoli. Alcuni meritano una particolare attenzione a causa della loro importanza nel quadro del mos maiorum. Queste componenti della tradizione erano una classe di valori che distinguevano il vir bonus (il buon cittadino romano) dagli altri, e alcuni di questi cominciarono ad assumere una tale importanza nella cultura romana che vennero divinizzati e resi antropomorfi o sotto forma di oggetti o animali:

Fides
La parola latina fides ha molti significati, tutti basati su principi similari: verità, fede, onestà ed affidabilità. Esso può essere visto in uso con altre parole per creare termini come bonae fidei (“in buona fede”) o fidem habere (“per essere credibili”, o più letteralmente “avere fiducia”). Nel diritto romano, fides è stata estremamente importante. Come in tutte le culture antiche, i contratti verbali erano comuni nella vita quotidiana romana, e così la buona fede permetteva transazioni commerciali fatte con maggior fiducia; la fides si riscontra anche nel rapporto tra patronus e cliens o tra coniugi, ecc. Se questa buona fede viene tradita, la persona offesa potrebbe intentare una causa contro l’altra che non l’ha rispettata.

Come la dea romana, Fides ha rappresentato un culto antico; il primo tempio in suo onore risalirebbe a Numa Pompilio[23], nella città di Roma. Era la dea della buona fede e presiedeva ai contratti verbali. E’ stata descritta come una vecchia donna, ritenuta di età superiore a Giove. Il suo tempio è datato intorno al 254 a.C. e si trova sul colle Capitolino di Roma, vicino al Tempio di Giove. Livio va nei dettagli del culto di Fides nella sua storia di Roma. I suoi rituali sono stati effettuati dai flamines maiores, che erano i sacerdoti più importanti, dopo il Pontefice, degli antenati. Questi sacerdoti hanno proposto il santuario di Fides in un carro trainato da una coppia di cavalli nel luogo di celebrazione. Dal momento che è stato considerato che la Fides abita nella mano destra di un uomo, ed è stata rappresentata durante l’Impero Romano su monete con un paio di mani coperte, a simboleggiare la credibilità delle legioni e dell’imperatore. La copertura delle mani riflette il culto di Fides, in cui l’uomo esegue il sacrificio di coprire le sue mani con le dita per preservare la buona fede religiosa.

Pietas
Pietas non è l’equivalente del moderno “pietà”. La Pietas era l’atteggiamento romano del dovuto rispetto verso gli dei, la patria, i genitori e altri parenti. All’inizio riguardava la famiglia e la fiducia e rispetto tra coniugi; poi la concezione del rapporto si estese tra uomo e divinità: in realtà non si deve solo parlare di rispetto ma anche di legame sentimentale e affettivo, gli studiosi lo definiscono amore doveroso. L’accezione del termine comprendeva anche un senso di dovere morale, non solo la mera osservanza dei riti (il cui termine corrispondente è cultus). Di conseguenza la pietas esigeva il mantenimento delle relazioni con quelli sopra elencati rispettosamente e moralmente parlando. Secondo Cicerone, “pietas è la giustizia verso gli dei,” e, come tale, richiede più di un osservatore dei rituali per il sacrificio e la corretta esecuzione di questi, ma anche la devozione e rettitudine interiore della persona. La Pietas potrebbe essere visualizzata in molti modi. Per esempio, Giulio Cesare mostrò pietas durante la sua vita sia iniziando nel 52 a.C. e dedicando nel 48 a.C., dopo la battaglia di Farsalo, un tempio a Venere Genetrice. Il tempio è stato dedicato a Venere, come la madre di Enea e quindi l’antenato degli Julii (gens di Giulio Cesare). Augusto, dopo la morte di Marco Antonio e Marco Emilio Lepido, ha costruito un tempio a Cesare, al fine di onorare il suo padre adottivo. Così alcuni romani, a causa del loro ruolo di pii cittadini, hanno adottato il cognomen Pio. L’imperatore Antonino Pio ha ricevuto questa aggiunta al suo nome a causa del suo ruolo nel convincere gli anziani del Senato a divinizzare il suo padre adottivo in pubblico, l’imperatore Adriano, e per la pietas che ha mostrato verso il suo padre biologico.
Tale è stata l’importanza della pietas che, in base a Livio, ha ricevuto un tempio dedicato nel 181 a.C. Però Cicerone, nel De inventione, ci illustra una più alta pietas, cioè nel rispetto del cittadino nei confronti dello stato; nel De re publica la definisce la pietas maxima. Poi la pietas viene a identificarsi con l’ humanitas e la misericordia e si trasforma da forma di rispetto per i consanguinei a provare pietà per la sofferenza altrui.

Majestas
La Majestas sta ad indicare nella Roma antica la dignità dello stato come rappresentante del popolo. Proprio questa rappresentanza da parte prima delle istituzioni repubblicane, poi con la trasformazione del governo repubblicano in uno imperiale, ha fatto si che l’imperatore stesso fosse investito di questa majestas e rappresentanza del popolo. Da qui viene a crearsi il principio del laesa majestatis ovvero crimine verso lo stato per quegli individui che deturpavano le opere pubbliche, o nei confronti dell’imperatore o del senato romano rappresentanti della majestas e che venivano puniti gravemente poiché il crimine veniva visto come lesione all’intera comunità che l’imperatore e il senato o gli organi del governo rappresentavano. Majestas però ha un altro significato, inerente alla grandezza in riferimento al popolo, cioè l’essere fieri di essere un appartenente al popolo romano.

Virtus
Virtus deriva dal termine latino vir (“l’uomo”) e comprende ciò che costituiva l’ideale dell’uomo romano. Molteplici sono gli aspetti oggetto di questo termine. Il poeta Gaio Lucilio discute virtus in alcuni dei suoi lavori, dicendo che è virtus per un uomo sapere ciò che è bene, il male, inutile, vergognoso, o disonorevole. In origine designava il valore in battaglia dell’eroe e del guerriero. La virtus è tale solo se non è messa al servizio di mire personali come la ricerca del potere ma solo per interesse della comunità romana. Dal I secolo a.C. però la virtus non sarà più vista come servizio allo stato o alla comunità ma si distaccherà da questo ideale per ottenere un obbiettivo più privato, cioè il distinguersi dagli altri. La virtus si trasmetteva di padre in figlio e i discendenti di uomini con virtus avevano l’obbligo di seguire le orme dei propri padri e dimostrare essi stessi di avere virtus.

Gravitas
Gravitas non deve essere confusa con la parola moderna gravità: ha rappresentato il valore della dignità, auto-controllo. Di fronte alle avversità un “buon” romano deve essere imperturbabile. Mito e storia romana rafforzati da questo valore raccontano storie di figure come Gaio Mucio Scevola. Alla fondazione della Repubblica, il re etrusco Porsenna assediò la città di Roma; con la città in crisi, Scaevola tentò di assassinare Porsenna. Tuttavia, Scaevola fu catturato. Quando il re minacciò Scaevola di tortura, se non avesse risposto alle sue domande su Roma, Scaevola pose la sua mano destra in un braciere e ve la tenne con grande gravitas (auto-controllo). Raccontano che il re, visto il valore di Scevola, rinunciò a Roma. La gravitas che Scaevola aveva dimostrato gli valse il nome Scevola (“mancino”), ma anche contribuì a convincere Porsenna a non attaccare i Romani, strabiliato dalla loro resistenza. Dunque la gravitas implica un atteggiamento serio, calibrato come richiedono le circostanze, senza nessun eccesso. Questo vale per il periodo arcaico e in parte repubblicano. Invece per l’età imperiale la gravitas appare molto meno negli scritti e dove se ne parla il concetto è cambiato, viene a configurarsi come gentilezza e dolcezza, ovvero la capacità di adattamento del cortigiano o del cliens che fa qualsiasi cosa per ottenere il favore del patrono o del principe.

Oltre ai valori fondamentali dei mores gli imperatori con le loro decisioni stabilivano quali erano i costumi da rispettare per una comunità migliore. Dall’altra però anche i retori, storici, eruditi, giuristi, ecc. dicevano la loro su valori e buoni costumi, basandosi sulla tradizione e i periodi precedenti, senza trascurare però la nuova situazione della civitas dove vivevano:

Dignitas
La dignitas è il valore della dignità e prestigio della situazione di cittadino romano e la considerazione di ciò da parte degli altri. Dignitas è volto a visualizzare i valori dell’ideale romano e il servizio dello Stato nelle forme di primato, posizione militare e magistrature. Dignitas è stato il valore della reputazione, onore e stima. Così, un romano che mostrasse Gravitas, Constantia, Fides e Pietas diventava un romano in possesso di Dignitas tra i suoi coetanei. Allo stesso modo, attraverso questo percorso, un romano poteva guadagnare auctoritas (“il prestigio e il rispetto”).

Auctoritas
L’Auctoritas è il valore del prestigio e della fiducia. All’inizio era collegato alla religione: significava far accrescere, aiutare altri. In un secondo momento è diventato un valore tipicamente laico, che individua l’affidabilità, l’ascendente, cioè la capacità di influenzare gli altri (soprattutto in ambito oratorio). Questo secondo stato consiste in un equilibrio tra potere politico e prestigio sociale, la credibilità, la responsabilità personale. Cicerone invece la considera un insieme di Dignitas e Virtus. L’Auctoritas in questo caso è una forma di potere che non si ricollega necessariamente al potere politico ma esercita la costrizione o il comando tramite la forza di persuasione e il proprio carisma. L’Auctoritas implica una serie di diritti e doveri per chi ne è insignito, per esempio attribuire cariche pubbliche o tenere fede ai propri impegni. La figura che storicamente se ne avvicina è Ottaviano Augusto, che non esercita la sua autorità tanto per i poteri che ha ma nel sapere dare un ordine senza imporlo, convincendo i propri sottoposti e avendo rispetto per le istituzioni pubbliche.

Gloria
La Gloria è la fama che si ottiene dopo aver fatto azioni valorose, perciò strettamente collegata alla virtus, per non essere inferiore agli antenati. Elemento che caratterizza la società aristocratica all’inizio ma poi anche il civis novum. Si può anche esprimere come riconoscimento e lode da parte della comunità. Anche la Gloria in un primo momento viene ritenuta trasmissibile di padre in figlio e solo successivamente ritenuta da conquistarsi con le proprie gesta.

Urbanitas e Rusticitas
Urbanitas indica il buon gusto e lo spirito naturali privi di eccessi dell’uomo elegante: una sorta di bon ton romano. Successivamente va in contrapposizione ai valori romani per influenza greca, poiché viene a delineare la raffinatezza in cerca di lusso e chi voleva apparire per forza alla moda, in contrapposizione quindi alla Rusticitas e all’Industria, ovvero chi si accontentava della vita semplice della campagna dedita al lavoro.

Humanitas
Humanitas è il valore che ci contraddistingue dagli animali e dalle belve feroci e agli esseri primitivi ovvero il valore della comprensione e della benevolenza della cultura del buon gusto e dell’eleganza. l’Humanitas a un certo punto si fa però sempre più elitaria ovvero riguardante i ceti aristocratici che con la loro educazione superiore tentano di affinarla in disponibilità, indulgenza, mitezza, dolcezza, moderazione. In contrapposizione viene a identificarsi nel periodo imperiale una nuova Humanitas popolare che indica affidabilità, gentilezza e buon carattere senza implicare l’educazione superiore.

Clementia
La Clementia è il valore della clemenza, cioè moderare l’animo nei confronti della sconfitto senza esercitare vendetta, oppure la dolcezza del superiore che guarda le pene dell’inferiore e ha pietà. È correlata alla benevolentia o alla Magnitudo animi. È il comportamento di un uomo che detiene il potere in una determinata situazione ma non si fa dominare dall’ira e dalla crudeltà ma dalla benevolenza vincendo gli impulsi negativi: rapporto per esempio del buon pater familias nei confronti dei figli alieni iuris o del buon romano verso i vinti. Bisogna fare una precisazione però poiché secondo Cicerone bisogna essere clementi contro chi si arrende e si sottomette ma spietati con chi invece si ribella: gli hostes. Questa è una caratteristica che si denota da parte dei Romani nei confronti delle popolazioni vinte soprattutto quando l’impero si estenderà in maggior misura concedendo anche agli stranieri posizioni di rilievo nella politica romana.

Pax
Esistevano all’epoca romana due valori inerenti alla Pax: La Pax animi ovvero la serenità e tranquillità del singolo individuo e la Pax dello stato. Questo secondo valore inerente allo stato è più complesso, infatti viene messo in rilevanza solo a partire dall’età augustea e denota che con la pax avviene anche il benessere e il buon sviluppo dello stato che con le guerre non c’era stato. Da qui viene a configurarsi come valore poiché dalla pax deriva l’impero e la situazione di sicurezza del singolo cittadino che non si vede più minacciato da guerre e può vivere serenamente. Già Cesare aveva dedicato templi alla dea Pace nel 49 a.C. poiché si era reso conto dell’importanza per un popolo di essere in pace; questa via fu poi proseguita da Augusto che ne coltivò il culto a Roma con l’ Ara Pacis, un altare dedicato alla dea Pace alla fine delle campagne militari in Spagna. In realtà anche precedentemente nell’età regia assumeva una certa rilevanza lo stesso Numa Pompilio, che voleva che il tempio di Giano fosse aperto in periodo di guerra e chiuso in quelli di pace. Molti poeti insistono sulla pace come portatrice di fertilità e benessere e portatrice di valori sempre positivi.

Amicitia
L’Amicitia nell’idealistica romana non intende semplicemente il nostro concetto di amicizia ma in senso più ampio il legame di alleanza che ci può essere tra due nazioni o il rapporto tra patronus e cliens. L’amicitia è vista come valore volto a perseguire comuni interessi. Il termine amicitia però si avvicina anche al nostro termine amicizia soprattutto nel II secolo d.C. collegato ad amicus e amor. Lo stesso cliente del patronus veniva definito amico anche se c’era una differenza di trattamento tra clienti più intimi e quelli considerati diciamo meno amici. In realtà chiamare amicus il cliens era semplicemente un fenomeno di cortesia, poteva benissimo chiedere o far imporre di essere salutato con tutti gli onori del caso.

Otium
Se per il modello di cittadino arcaico l’Otium significa assenza di occupazione da parte sua, ovvero da parte del cittadino-soldato che o coltivava o guerreggiava, in età repubblicana viene a identificarsi a grandi linee da Cicerone con la mancanza di attività. A partire dall’influenza greca, che vede l’otium come riposo dalle attività quotidiane nei confronti dello stato volto a studio intellettuale, nasce lo sforzo di Cicerone di vedere l’otium come attività positiva (poiché i romani ricordiamo hanno una tradizione di popolo industrioso). Infatti nel caso romano viene visto come tranquillità dell’esistenza privata dedicata ad attività intellettuali tipo letteratura e filosofia. Cicerone vede l’otium come attività anche politica volta a migliorare la città. Nella tarda repubblica si individuano due otium: otium luxuriosum dedito a occupazioni di nessuna utilità o vergognose e otium tranquillum sereno e imperturbato del saggio che lavora intellettualmente.

Simplicitas
È il concetto di vivere secondo le origini, in maniera semplice, tipico dell’età arcaica. Nell’età repubblicana assumerà un notevole valore, anche se verrà visto come pericoloso, perché espone a grossi rischi il soggetto non attento ai pericoli, soprattutto nell’età imperiale piena di giochi di potere e di personaggi ipocriti. Così nell’età imperiale il valore della simplicitas assume un senso di atteggiamento spontaneo, rilassato, da esercitarsi però con misura, cioè adattandosi alla nuova epoca. Lo stesso Marziale parla di prudens simplicitas poiché non è più adatto ai tempi imperiali pieni di doppi giochi.

in copertina – VESTA (1930) – DUILIO CAMBELLOTTI – Leggende Romane

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