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L’elogio delle differenze contro la dittatura globalista.

Nel mondo odierno, che impone il superamento di ogni identità e la riduzione di tutto a ‘uno’, avanza sempre più impellente, attraverso ogni veicolo mediatico, l’indottrinamento funzionale alla ‘causa mondialista’. Come scriveva, sul finire del secolo scorso, il professor Giovanni Damiano nel suo Elogio delle differenze, la globalizzazione ha una vocazione propriamente ‘oceanica’, ossia attraversa e distrugge le differenze (e quindi le identità), favorendo così una crisi indifferenziatrice, un inabissamento di ogni limite, misura, confine (1). Constatato che ogni identità è tale perchè relazionata a ciò da cui differisce, non è pensabile senza le differenze, attorno alle quali si costituisce. Dunque, il rifiuto della differenza varrebbe come autonegazione (2). Nel saggio citato si definisce in particolare il globalismo giuridico, in cui il diritto è deputato al compito, in primis, di costituire la nuova fonte di legittimità delle ‘società’ multirazziali ancora interne ai vari Stati e poi, in prospettiva, di fondare una koinè mondiale, una società ecumenica in cui tutti possano trovare posto a prescindere da qualsiasi differenza razziale, culturale, ecc. (3). Quale miglior strumento del diritto, quindi, per accomunare ogni uomo e fondare una società egualitarista? (Su questo, si pensi alle campagne del fronte ‘anti-identitario’ per favorire l’adozione dello Ius Soli nell’ordinamento giuridico italiano). Un diritto universale e universalistico, quindi soggettivo e astratto, il cui risultato è porre al di sopra di esso l’individuo. E’ così l’individuo ad occupare il centro con i suoi diritti alla libertà, all’eguaglianza, alla vita, alla proprietà, all’integrità fisica (4). Base, per formare l’individuo cosmopolita, è la cultura ‘nuova’, destrutturante, indifferenzialista e anti-tradizionale. Nell’epoca ultra-liberale e a tutti i costi multietnica, veicolata attraverso la maschera del ‘buono e giusto’, la dissoluzione di ogni ordine oggettivo, il rigetto, tutto moderno, degli ‘assoluti’, ha prodotto conseguenze inquietanti: la perdita di valori stabili e inoppugnabili. Da qui, una concezione relativista che attribuisce a tutti i valori, anche se tra loro incompatibili, la medesima importanza (5). Tutto si deve equivalere e nulla deve differire, tutto è ugualmente accettabile e con pari dignità. Così, anche l’esistenza della verità, per sua essenza intrascendibile e unica, viene negata(6). Il mondialismo rappresenta quindi una deriva totale, una discesa verso l’abisso contro cui è necessaria una strenua e ordinata resistenza: accettare e  riconoscere la legittimità di universi culturali altri e tenere fermo il proprio, non transigendo nella sua difesa. Occorre un ‘risveglio’ delle etnie, un ritorno alla tradizione. Riaffermarci. Questo è il dovere a cui siamo chiamati dal tempo in cui viviamo.
 
(1) Giovanni Damiano, Elogio delle differenze, Edizioni di Ar, Padova, 1999
(2) Ivi, pp. 11-12
(3) Ivi, p. 32
(4) Ivi, p. 35
(5) Ivi, p. 87
(6) Ivi, p. 88

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