Approfondimenti,  Formazione

L’Età di Adriano. Sopravvivere alla fine della Storia

“Le nostre lettere si esauriscono, le nostre arti cadono in letargo, Pancrate non è Omero, Arriano non è
Senofonte; quando ho cercato d’immortalare nella pietra la forma di Antinoo, non ho trovato Prassitele. Dopo Aristotele e Archimede, le scienze segnano il passo; i nostri progressi tecnici non resisterebbero all’usura d’una lunga guerra; persino i gaudenti, da noi, si tediano della felicità. L’incivilimento dei costumi, il progresso delle idee durante l’ultimo secolo è opera d’una minoranza esigua di spiriti illuminati; la massa resta ignara, feroce quando può, sempre egoista e gretta, e si può scommettere fondatamente che tale resterà sempre.
Troppi procuratori o pubblicani avidi, troppi senatori diffidenti, troppi centurioni brutali hanno compromesso in anticipo l’opera nostra; e agli imperi non è concesso più tempo che agli uomini per imparare, a spese dei propri errori.”

 

– Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano (1951)

Cento anni fa, in una Germania sconvolta dalla fine della Prima Guerra Mondiale, veniva dato alle stampe Der Untergang des Abendlandes. La travagliata storia editoriale di questo libro da svariate centinaia di pagine non impedì ad esso di esercitare una profonda influenza sulla cultura europea del tempo, con una notevole eccezione: l’Italia. Il nostro paese incontrò il pensiero di Oswald Spengler in maniera affatto particolare, con una storia piuttosto avventurosa che inizia dalla stroncatura operata da Benedetto Croce sulle colonne de La critica, passando per la vera e propria devozione che Benito Mussolini nutriva per il pensatore tedesco¹ e la prefazione ad Anni Decisivi scritta da Vittorio Beoni Brocchieri (uno dei tanti intellettuali del periodo caduti in un dimenticatoio dal quale andrebbero tirati fuori), fino ad arrivare alla traduzione del 1957 firmata Julius Evola. La storia dettagliata di questa vicenda, cioè la storia di come il pensiero di Spengler influenzò segretamente la cultura e la politica dell’Italia nel Ventennio e oltre, è uno di quei tanti retroscena della storia che solo un attento lavoro filologico e storico potrebbe riportare alla luce; ma a cento anni dalla prima pubblicazione, vale la pena spendere alcune parole per riflettere su cosa Il Tramonto dell’Occidente possa dire al nostro tempo.
Già dai suoi intenti, la “rivoluzione copernicana storiografica” (così definita da Spengler stesso) sembra vedere molto lontano. La nuova storiografia spengleriana abbandona l’eurocentrismo, la linearità e la causalità che fungevano da cardine delle vecchie storiografie “tolemaiche”; soprattutto, è negata la concezione della storia come progresso, che aveva caratterizzato il pensiero europeo dal 1700 in poi, in ogni sua declinazione. Cos’è la storia? La progressiva realizzazione della libertà dello Spirito in quanto conosce se stesso, risponde Hegel; il progressivo dispiegarsi della lotta di classe tra classe dominante e classe sfruttata che culminerà nella società comunista senza classi, risponde Marx; la progressiva marcia in avanti del progresso tecnico, scientifico e sociale che porterà a una società giusta e prosperosa, risponde Comte e gli fanno eco i positivisti di tutta Europa. Tutte queste visioni hanno in comune la linearità, la progressività e l’univocità del progresso, che in ogni caso si manifesta e si realizza sul continente europeo, teatro dello Spirito, della lotta di classe, e del progresso tecnico-scientifico. Spengler rifiuta esattamente questo: dall’universo storico e storiografico europeo la prospettiva si sposta e si allarga a una distanza quasi siderale, in cui si stagliano diverse civiltà, ognuna delle quali ha le sue proprie caratteristiche che sono incommensurabili con quelle delle altre civiltà; la civiltà europea e occidentale non è altro che una tra le diverse che si sono affacciate sulla storia mondiale, e non è intrinsecamente superiore alle altre². Una vera e propria sassata nella vetrata della storiografia, ma c’è di più: le civiltà, nella loro struttura intima, non sono altro che la realizzazione di un’idea primigenia, la quale nasce dal rapporto che una comunità instaura con il paesaggio (Landschaft) che si trova ad occupare. Da questo nasce l’incommensurabilità delle diverse civiltà: il diverso rapporto di ciascuna con il suo spazio (e per estensione con lo spazio in generale) fa sì che ogni civiltà sviluppi la sua morale, la sua arte, la sua tecnica, la sua politica, persino la sua matematica. Non esistono idee assolute, vere per ciascuna civiltà, ma esistono idee proprie di una civiltà e incomunicabili alle altre. Tuttavia, quando una civiltà ha realizzato la somma delle possibilità e delle promesse contenute nella sua idea primordiale, essa s’inaridisce, e da civiltà (Kultur) diventa civilizzazione (Zivilisation). La civilizzazione è lo stadio senile che prelude alla morte di una civiltà.
Il considerare la civiltà come un organismo che nasce, cresce, e può eventualmente morire non è un’idea nuova nel campo della filosofia della storia: l’immaginare che la stessa civiltà occidentale come la conosciamo incorrerà necessariamente nello stesso destino di caduta e dissoluzione era qualcosa di inaudito. Gran parte delle oltre mille pagine de Il Tramonto dell’Occidente è dedicata a dimostrare come noi viviamo in una civiltà sulla via del tramonto, che ha ancora a disposizione un tempo relativamente breve di due o tre secoli prima di sparire. In effetti, è lo stesso Spengler a riconoscere che il problema della civilizzazione è una cosa sola col problema del “tramonto dell’Occidente”: capendo come una civiltà diventa civilizzazione, si può capire cosa stia succedendo all’Occidente, faccenda che investe arte, politica, e in generale tutti gli ambiti della vita della nostra civiltà. L’argomento è dunque abbastanza vasto da giustificare pienamente l’imponente mole del libro di Spengler; nulla, di ciò che è il prodotto di una civiltà e ne è parte come le membra sono parte di un corpo, sfugge a questo processo di decomposizione e fossilizzazione chiamato civilizzazione, e che ha colpito tutte le civiltà, non escluso l’agire politico.
La politica, intesa come arte del governare, come le altre arti nacque, in Occidente, all’ombra delle cattedrali gotiche del Medioevo; si sviluppò nel Rinascimento italiano; trovò la sua forma definitiva e classica nel XVII secolo, quando nel 1648 la Pace di Vestfalia sanciva in quattro parole il principio della sovranità nazionale: cuius regio, eius religio. Gli Stati occidentali venivano dunque a riconoscersi reciprocamente e in se stessi come enti giuridici astratti, i quali esercitavano un potere assoluto che si estendeva su un territorio chiaramente definito da confini mutualmente accettati dai vari Stati. Questa è la succinta enunciazione del principio chiave di volta nella concezione occidentale della politica, che nessun’altra civiltà possedette; lo Stato greco e romano non era un ente astratto, ma era fisicamente l’insieme dei suoi cittadini riuniti in assemblea e le loro istituzioni.

Quando avviene il passaggio fatale da civiltà a civilizzazione, le idee vive prodotte attivamente da una civiltà perdono la loro forza e il loro darsi come prodotto del vivere sociale umano, diventando idee morte o passive che esistono come residui. Questo svuotamento interiore può essere accuratamente analizzato in ogni civiltà: in quella classica greco-romana, il passaggio si situò nei decenni successivi alla guerra del Peloponneso (intorno al IV sec. a. C.), quando l’idea fondamentale di polis concepita come indicato al paragrafo precedente si sgretolò. L’accentramento del potere nelle mani di singoli personaggi (inizialmente come Filippo II di Macedonia, Alessandro Magno, i sovrani ellenistici e poi i grandi condottieri di Roma) fu il segno fatale, nel campo della politica (ma segni simili si potrebbero trovare nell’arte, col passaggio dall’arte greca classica a quella ellenistica), del trapasso della civiltà nella sua civilizzazione. Per la civiltà occidentale, tale trapasso (che avvenne durante il secolo XIX) trova il suo segno nella sfera politica nella lenta e graduale erosione del principio di sovranità nazionale avvenuto da allora ad oggi; passando per mille diverse strade, da quella economica (si pensi a fenomeni come le banana republics o in generale il pesante interventismo economico americano all’estero) a quella militare (di cui il concetto, elaborato in ambito tedesco, di Lebensraum è un ottimo esempio). Tale erosione è l’inevitabile risultato di un processo storico inevitabile: l’Occidente, tramontando, trascina con sé nella notte tutti i suoi doni, tra cui anche il suo modo di pensare la politica, che poggia sul concetto di sovranità.
Particolarmente interessante è un fenomeno storico tipico delle civilizzazioni in stadio avanzato, che Spengler definisce col nome di cesarismo: l’ovvio riferimento è a Giulio Cesare. Quando il modo di concepire la politica di una civilizzazione è già decaduto, è inevitabile (ed è successo a tutte le civiltà in vari modi) che un singolo, spacciandosi per protettore dei valori della civiltà stessa, assuma su di sé ogni potere, mantenendo formalmente intatte le strutture esteriori di tale potere, ma svuotandole del loro significato originario; di più, “il Cesare” si presenta come il difensore di tale struttura esteriore. Tutti i Cesari (quindi gli imperatori) romani, seguendo il modello di Giulio Cesare stesso, si presentano come salvatori della res publica; tutti mantengono assolutamente intatte le antiche strutture repubblicane (assemblee, Senato, magistrature etc.), ma le svuotano gradualmente di ogni potere e significato reale, gestendo invece il potere in modo sempre più autocratico. Il potere cesaristico è maestro d’inganni: presentandosi come unico salvatore e difensore della civiltà, è veicolo della sua distruzione. C’è dell’altro: la caratteristica distintiva del fenomeno cesaristico è la semplificazione e brutalizzazione progressiva del rapporto tra governanti e governati. Il leader costruisce il suo potere con un continuo appello alla massa, e la massa diventa, almeno all’apparenza, la forza principale dietro la politica; il “Cesare”, con una saggia applicazione del principio “panem et circensem”, userà il suo favore presso le masse per legittimare il suo potere, contribuendo allo svuotamento delle istituzioni tradizionali e distruggendo qualsiasi possibilità di una modificazione radicale della struttura di potere; il popolo trasformato in massa è inerte, e non più in grado di minacciare seriamente il potere cesaristico. La combinazione tra la pretesa difesa delle istituzioni tradizionali (a Roma le assemblee popolari e il Senato; in Occidente la sovranità nazionale), l’appello alle masse e lo svuotamento delle istituzioni stesse è una combinazione mortale per la vita politica di una civiltà, e ne costituisce l’ultima fase; anche se le condizioni materiali sono prosperose e sicure, l’epoca di pace cesaristica è la madre del crollo e della catastrofe.

Nel 2016, il quotidiano israeliano Haaretz pubblica un articolo che, facendo riferimento a Spengler, evidenzia le tendenze cesaristiche in numerosi stati occidentali; analisi più recenti mostrano che una vittoria (che sembra sempre più probabile) dei “sovranisti” alle elezioni europee del 2019 porterà a un’ulteriore perdita di sovranità. La decomposizione della politica sotto i colpi del mercato e della concezione tardo-capitalistica del mondo (che è diventata la forza storica dominante nell’Occidente da circa cento anni a questa parte) è uno dei segni del procedere della decomposizione della nostra civiltà: altri se ne potrebbero trovare nell’arte, nella filosofia, nella cultura, nella scienza.
Nella costruzione intellettuale di Spengler, manca effettivamente una spiegazione di quale sia il fattore che fa sì che una civiltà compia la sua trasmutazione in civilizzazione: tale trasformazione è semplicemente constatata. Un altro pensatore, nato 350 anni fa, nella Napoli governata dagli Spagnoli, potrebbe avere la risposta.
” Ma se i popoli marciscano in quell’ultimo civil malore […] allora la Provvedenza a questo estremo lor male adopera questo estremo rimedio: che, poiché tai popoli a guisa di bestie si erano accostumati di non ad altro pensare, ch’alle particolari propie utilità di ciascuno; et avevano dato nell’ultimo della dilicatezza, o per me’ dir, dell’orgoglio, ch’a guisa di fiere nell’essere disgustate d’un pelo, si risentono, e s’infieriscono, e sì nella loro maggiore celebrità, o folla de’ corpi, vissero, come bestie immani, in una somma solitudine d’animi, e di voleri; non potendovi appena due convenire, seguendo ogniun de’ due il suo propio piacere, o capriccio: per tutto ciò con ostinatissime fazioni, e disperate guerre civili vadano a fare selve delle città, e delle selve covili d’uomini; e ‘n cotal guisa dentro lunghi secoli di barbarie vadano ad irruginire le malnate sottigliezze degl’ingegni maliziosi; che gli avevano resi fiere più immani con la barbarie della riflessione, che non era stata la prima barbarie del senso: perché quella scuopriva una fierezza generosa; dalla quale altri poteva difendersi, o campare, o guardarsi: ma questa con una fierezza vile dentro le lusinghe, e gli abbracci insidia alla vita, e alle fortune de’ suoi confidenti, ed amici. ”

– Giambattista Vico, La Scienza Nuova (1744)

“Barbarie della riflessione”; “fierezza vile”; “somma solitudine d’animi”. Ciò che Giambattista Vico, pensatore nato 350 anni fa nella Napoli degli Spagnoli, sta descrivendo in questo passo tratto dalla conclusione del suo capolavoro, è la natura bestiale dell’uomo che ritorna a sprigionarsi quando il popolo delle città diventa massa. La “fierezza” animale umana dell’uomo della metropoli è infinitamente più pericolosa della fierezza dell’uomo della selva, in quanto essa possiede tutte le armi della riflessione; la disgregazione della civiltà è il frutto del riemergere nell’uomo, dopo un periodo “illuminato”, della sua parte più animale che lentamente torna alla luce e necessariamente distrugge ciò che il sorgere di un’idea del mondo aveva costruito, ovvero una civiltà, quando la stessa idea ha realizzato tutte le sue possibilità e si spegne, lasciando dietro i suoi resti in putrefazione: la civilizzazione.

Giulio Evola, pur essendo critico nei confronti della concezione spengleriana della storia, parla di “difendere posizioni perdute”; Ernst Jünger, il quale invece era un attento lettore di Spengler, parlava del Ribelle e dell’anarca, impegnati in un segreto combattimento contro il nichilismo, “l’ospite più inquietante”, immagine del crollo di un mondo. Gli spiriti più nobili dei decenni passati hanno condotto le loro segrete lotte contro la decomposizione della Storia, della nostra storia; ognuno coi suoi metodi, ognuno percorrendo le sue strade. A cento anni dalla pubblicazione del Tramonto dell’Occidente, è un dovere per la Destra rileggere e ripensare a questo e ad altri testi fondamentali del suo patrimonio culturale, e affrontare di un discorso storico di assai più ampio respiro dei piccoli problemi superficiali che dominano l’attenzione delle masse. Come il soldato romano morto a Pompei, rimasto fermo al suo posto durante l’eruzione perché nessuno gli aveva dato il permesso di rompere le righe, noi, uomini di un’età tarda, dobbiamo affrontare a schiena dritta la catastrofe tentando di arginarla o di veicolarla verso nuovi orizzonti (ducum volentem fata, nolentem trahunt); la Storia non ci perdonerà l’aver tremato di fronte alla sua fine, né di esser scappati, facendo finta di non volerla vedere.

¹ Nei Taccuini Mussoliniani (redatti da Yvon de Begnac), il Duce scriveva ad esempio: “La mia amicizia con Spengler? Nasce nel 1918. Cresce nel 1921. Diviene operante nel 1928. Si rafforza nel 1931 e nel 1934. Siamo nel 1938. Da due anni piango la morte del mio nobile maestro.”

² Spengler ne individuò otto: mesopotamica (accadica e semitica), egiziana, indiana, cinese, centro-americana (Maya e Azteca), greco-romana, araba, e occidentale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *