Approfondimenti

L’Uomo Bianco

Identità primordiale o costrutto sociale?

Vorremmo oggi commentare un’interessante dichiarazione di Ezio Mauro del noto quotidiano “la Repubblica”, che in data 11 ottobre 2018 alla trasmissione Piazza Pulita, ha esordito con la frase “L’ Uomo Bianco è una regressione alla nostra identità primitiva[1] (maiuscole riportate su twitter). L’occasione è stata quella di pubblicizzare un libro scritto dallo stesso, dal titolo appunto “L’uomo bianco”, Feltrinelli 2018.

Crediamo che questa frase, nella sua semplice incisività, sia rivoluzionaria, carica di pathos e abbia pienamente centrato il nocciolo della questione identitaria. È stato necessario che un avversario dell’identità (l’autore evidenzierebbe un pericolo, associandola a fatti di cronaca nera ) abbia saputo il concetto di identità per giungere al suo nucleo reale, effettivo.

Inizieremo commentando la frase in sé e successivamente commenteremo la descrizione del libro prontamente fornita dall’autore. Già il semplice fatto che si parli senza mezzi termini di “Uomo Bianco”  in maiuscolo, ci porta a citare Furio Jesi (dottissimo negazionista e decostruzionista del mito e dell’identità). Secondo Jesi la “cultura di destra”  rende visibile il fatto che «esistono valori non discutibili, indicati da parole con l’iniziale maiuscola». Sarebbero dunque “idee senza parole, (le quali) […]  alludono e non spiegano nulla. Sono forme verbali dell’azione, gestuali e rituali per le quali in termini di filosofia del linguaggio Austin ha parlato di funzione perlocutoria, producono effetti pragmatici in chi le condivide”[2]. È forse questo richiamo all’Uomo Bianco un esempio di cultura di destra implicita, un’ idea senza parola che non deve essere spiegata, ma permette in chi la condivide di suscitare un effetto pratico?

Altro fattore interessante è che se si da per assodata l’esistenza dell’Uomo Bianco, cade tutta l’impalcatura negazionista delle basi etno-biologiche dell’identità, che in innumerevoli (anche volendo sarebbe impossibile citarli e commentarli tutti) pubblicazioni, articoli, giornali, libri ecc, definisce l’esistenza della “razza bianca” come falso o “pseudoscienza”. Sembrerebbe di trovarsi di fronte ad una tipica posizione schizofrenica. Da un lato i nemici dell’identità si sforzano con mezzi mastodontici e il supporto di buona parte del sistema accademico internazionale di negare ogni fondamento scientifico alla questione, dall’altra parte invece danno per scontato che esista come “idea senza parola”, che non necessita di essere dimostrata, ma deve essere combattuta partendo dal presupposto che sia reale.

Quale regressione rappresenterebbe questo ritorno all’Uomo Bianco? Nonostante questo termine abbia assunto una accezione negativa (regresso di contro al sempre “positivo” progresso) il termine in sé è legato al linguaggio psicanalitico. Non ci pare fuori tema, riferirci ad esso, in quanto l’identità è un termine che prima della politica è appannaggio degli studi psicologici. Il processo di formazione dell’identità infatti avviene per vie di associazioni psichiche al proprio Io.

 La regressione invece indica un processo di ritorno ad una precedente modalità di funzionamento psichico, vissuta come rassicurante nei confronti dell’angoscia creata dalle successive (progressive o direttamente progressiste?) nevrosi. Considerando l’andamento storico in forma ciclica,  presente in tutte le civiltà tradizionali (dall’Antica Grecia, all’India vedica) troviamo che il concetto di regressione, di ritorno ad una fase precedente più rassicurante, svolga una ruolo fondamentale. La concezione storica lineare (dalla presunta negativa barbarie all’ancor più presunto positivo progresso) si oppone così a quella circolare, intravedendo in questa “regressione”, in questo “ritorno”, un qualcosa di negativo, che allontanerebbe dalla fine della storia, dall’espletarsi del progresso. Al contrario facendo nostra la visione storica ciclica e tradizionale questa “regressione ad una identità primitiva” non solo non è negativa, ma diventa positiva, rassicurante e chiarificatrice in un sistema sempre più caotico, senza confini (altro elemento psicologicamente fondamentale), coordinate e  nessi di civiltà.

Osservando la presentazione del libro contenuto in questo video[3] riteniamo che sia meritevole riflettere su questi concetti così esposti:

 

 L’uomo bianco è certamente ciò che noi siamo ma anche ciò che non ci siamo mai accontentati di essere, questa essenza primordiale nostra è qualcosa che non abbiamo mai rifiutato, non potremmo, non vorremmo, ma l’abbiamo sempre rivestito di altre sovrastrutture politiche culturali (cristiano cattolico, non credente, europeo, italiano, sinistra, destra, francofono).

Vale la pena notare come successivamente ad un approccio non negazionista (“l’uomo bianco è certamente ciò che siamo (sic.)” si passi ad evidenziare ulteriori “sovrastrutture” che avrebbero rivestito “l’identità primordiale”. Allora l’identità primordiale sarebbe una struttura, cioè una base organizzativa sulla quale si formano i successivi rapporti sociali. Qualcosa di irrilevante, da rivestire da successivi apporti ideologico-politici ancorati al contesto storico nel quale si manifestano?

Non crediamo affatto.

 

[1]              https://twitter.com/PiazzapulitaLA7/status/1050474658347319296 visionato in data 29.10.2018

[2]              https://www.wumingfoundation.com/giap/2013/01/il-piu-odiato-dai-fascisti-conversazione-su-furio-jesi/

[3]              https://www.youtube.com/watch?v=kHsCQvODW54

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