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NAPOLEONE, l’imperatore con le insegne di Roma.

Ci siamo mai chiesti perché la parola Waterloo rappresenta per noi europei il simbolo di una disfatta, mentre per gli inglesi è sinonimo di vittoria?
Oppure perché Napoleone si è fatto immortalare in effige come un Cesare davanti alla sua guardia imperiale che portava le aquile come insegne?

Ebbene sì, Napoleone è stato un condottiero dello spazio imperiale europeo.

Semplicemente questo, ovvero un grande uomo che, come Alessandro, Cesare, Carlo Magno, ha contribuito alla costruzione della civiltà europea. Un uomo straordinario che, nonostante abbia servito l’indisponente nazione Francese, ha sicuramente lasciato un segno sostanzialmente positivo nella storia.

Diciamo “sostanzialmente” positivo perché, nonostante abbia inizialmente servito la Rivoluzione francese, se ne è poi nettamente distaccato, favorendo un processo storico che raramente si riscontra nella storia: la capacità di aver saputo conservare alcuni aspetti positivi della Rivoluzione, eliminandone quelli sbagliati.

Napoleone nasce ad Ajaccio in Corsica, nel 1769, proprio mentre la Corsica passa ai francesi dai genovesi che la controllavano da circa due secoli. Nasce da una importante famiglia locale indipendentista di origine toscane in una Corsica conservatrice e tradizionale.
In gioventù aderisce alle lotte dell’indipendentista Pasquale Paoli, ma viene quasi subito risucchiato dal gigantesco vortice rivoluzionario proprio mentre iniziava i primi passi da giovanissimo ufficiale di artiglieria.

Il destino dunque lo incrocia incredibilmente durante l’assedio inglese di Tolosa, un episodio che lo porterà alle cronache del tempo per la sua genialità militare. Venne infatti nominato sul campo comandante della piazza assediata dalle navi inglesi perché il generale francese in carica proprio quel giorno dell’attacco era malato ed impossibilitato a muoversi.
Napoleone dunque non perde tempo, dà velocemente ordine di spostare i pezzi di artiglieria e di metterli tutti vicino, stravolgendo le tattiche del tempo che vedevano i cannoni messi in maniera sparpagliata più per creare confusione che per demolire il nemico. La mossa funzionò al punto che l’ammiraglio inglese dovette letteralmente scappare dalla baia con tutta la flotta altrimenti Napoleone gliela avrebbe affondata tutta.

Questo fu il suo biglietto da visita. Era poco più che ventenne, ma aveva già il genio del grande condottiero.
La sua fama si legittima con la campagna d’Italia. Prende infatti il comando di un’armata demotivata e male armata, e la trasforma in una macchina da guerra invincibile.
Ma Napoleone non si può leggere senza comprendere la Rivoluzione francese. Egli infatti aderì inizialmente al giacobinismo, mettendosi al servizio dell’assemblea nazionale e del Direttorio. Partecipò da ufficiale alla repressione delle rivolte sanculotte parigine, facendo prevalere la sua professionalità militare.

Purtuttavia Napoleone non rimase giacobino, poiché dopo il terrore di Robespierre comprese che la Rivoluzione stava prendendo una direzione folle e sanguinaria.

Fu dunque in quel 1796 che iniziò la svolta della sua vita. Prima la conquista dell’Italia del nord, poi l’incredibile avventura in Egitto, e sebbene alla fine fu costretto a tornare in Francia a causa della sconfitta navale ad opera degli inglesi, quella spedizione in oriente fu importantissima per la scienza e la cultura.

Da quel momento Napoleone inizia la sua formidabile ascesa fino a diventare Imperatore, i suoi simboli diventano i simboli di Roma e della romanità, a dimostrazione di quel filo rosso che accompagna tutti quei grandi uomini appartenuti allo spazio imperiale europeo. Ma Napoleone, che visse in un contesto storico in totale trasformazione, fu uomo della prima modernità.

Le idee illuministiche, atee e democratiche, erano ormai dirompenti e devastanti, ma queste furono, soltanto due decenni dopo, sostituite da quelle nobili e romantiche.

La stessa rivoluzione francese, dietro le motivazioni che la vedevano in lotta contro i privilegi, in realtà stava incubando nella società francese ed europea i prodromi del materialismo storico. E probabilmente furono proprio questi aspetti di sovversione spirituale che convinsero Napoleone a riportare la rivoluzione e i suoi principi in un alveo più tradizionale.

Va anche ricordato che la rivoluzione francese aveva lasciato una terribile scia di sangue e terrore che necessiterebbe di uno studio a parte, una lotta feroce tra realisti, clericali, repubblicani democratici e radicali, populisti-montagnardi, giacobini, insomma un vero e proprio frullatore sanguinario della storia, dal quale il giovane Napoleone seppe però velocemente distaccarsi, pur avendone partecipato come militare al servizio della Convenzione. E’ chiaro che Napoleone, esattamente come fecero Cesare prima ed Augusto poi, 1800 anni prima, cercò di concludere al più presto il processo rivoluzionario con la sua coda drammatica di guerra civile.

Napoleone dunque, tornato dall’Egitto, mette in atto il suo colpo di stato, rovesciando il secondo Direttorio,  facendosi proclamare Console e conquistando di fatto il potere in Francia. Da quel momento la storia prende una decisa direzione, si entra nell’era napoleonica. Un’era che segnerà la storia dell’Europa moderna, e, aggiungo del mondo moderno.

Napoleone inizia così a scontrarsi con le potenze conservatrici e liberali d’Europa. Inghilterra, Prussia, Austria, Russia, saranno costrette a costituire ben sette coalizioni prima di avere ragione del grande condottiero corso. Una cosa che ha dell’incredibile quando pensiamo alle continue e strabilianti vittorie di Napoleone sul campo. Vittorie figlie del suo genio militare, ma anche del fatto di comandare il migliore esercito del mondo di quel momento. L’esercito francese infatti era un esercito di popolo, che aveva degli ideali da portare in Europa e nel mondo, aveva una classe di ufficiali che viveva con la truppa, senza privilegi, a differenza degli altri eserciti, ancora legati a delle rigide differenze di classe e rango sociali. Ma soprattutto, come detto, avevano come comandante, il migliore generale del mondo.

Egli batte dunque in continuazione gli eserciti coalizzati di tutta Europa, entra a Berlino, sconfigge l’Austria, conquista la Spagna, l’Italia e mezza Europa. Impone il blocco continentale all’Inghilterra. Ed in ultimo, all’apice della sua potenza, si autoproclama imperatore prendendo la corona dalle mani del papa nella chiesa di Notre-Dame.

Pur tuttavia Napoleone, a differenza dei capi rivoluzionari che lo avevano preceduto, non usa questo strapotere conquistato sul campo, per massacrare i suoi avversari, interni ed esterni, da grande uomo infatti si comporta con magnanimità e clemenza verso i suoi nemici.

E nonostante abbia dovuto continuamente prendere le armi e guidare gli eserciti in giro per l’Europa, Napoleone riesce a realizzare delle imponenti riforme in quasi tutti i campi della società. Dai codici del diritto, al concordato con la chiesa, dalla riforma amministrativa dello stato alle nuove regole economiche e mercantili. Tutte queste riforme andarono ovviamente a sbattere con gli interessi soprattutto inglesi e della grande finanza del tempo.

La sua sfida al dominio inglese dei mari,  sfida che purtroppo non riuscì a vincere dopo Trafalgar, aveva infatti proprio questo obiettivo, ovvero battere la speculazione finanziaria, l’usura internazionale e la pirateria mercantile operata dai britannici.

Ed è proprio qui che entriamo nel vivo del piccolo ma significativo racconto, poiché qui ci interessano principalmente le categorie politiche e dottrinarie che si celano dietro i processi storici, le uniche coordinate che ci possono aiutare a leggere la storia con una profonda capacità critica in grado di rovesciare la prospettiva storiografica dominante.

Quest’ultima infatti analizza l’epopea napoleonica come la storia di un conquistatore, che portò gli ideali della Rivoluzione francese, con tutti i suoi miti e simboli, nel resto d’Europa e del mondo; ciò è sicuramente vero, ma Napoleone aveva anche un progetto più profondo: riportate l’aquila imperiale sul suolo europeo. E per fare questo sfidò i poteri forti dell’epoca: i conservatori realisti, i liberali, la vecchia e decrepita nobiltà, i giacobini, i repubblicani radicali, i progressisti, gli intellettuali, i filosofi materialisti, i socialisti ante litteram. Insomma sfidò tutte le forze antimperiali ed antiaristocratiche. Da vero e proprio parvenue della storia, ricreò una verticale gerarchico-trascendente. Proprio come Mussolini ed Hitler, ed anche Cesare seppur più lontano nel tempo, partì da posizioni popolari e fortemente sociali, per arrivare a fondare un nuovo principio imperiale. Per questo quando parliamo di bonapartismo, ci riferiamo ad una visione imperiale e sociale, nettamente distinta e distante dal giacobinismo e da liberismo.

Napoleone sfidò dunque le élite dominanti come una variabile impazzita della storia.

Ed è proprio questo che terrorizzò banchieri e sfruttatori di ogni risma. Seppe, come detto all’inizio, mantenere le conquiste positive della rivoluzione, come l’eliminazione dei privilegi nobiliari e del clero, ma allo stesso tempo riaffermò la religione come elemento fondamentale della società. Riformò i codici giuridici mantenendo l’equilibrio tra la sfera del diritto individuale e quello collettivo, tra l’etica pubblica e quella privata. Stimolò e sostenne la ricerca scientifica e le innovazioni della tecnica.

In pratica si può dire che l’Europa moderna sia figlia del modello napoleonico.

Questo è stato Napoleone, il leone d’Europa che ebbe il coraggio di attaccare la Russia che a sua volta si era di fatto alleata con gli inglesi in funzione antifrancese.

Come ben sappiamo, quest’ultima campagna militare gli fu fatale. Nonostante entrò a Mosca, fu costretto a ritirarsi per mancanza di rifornimenti, andando incontro ad una ritirata drammatica che praticamente distrusse il suo esercito. Fu un suo grande errore strategico certo, andare in Russia sapendo di incontrare il generale inverno prima che l’esercito dello zar, sorprende ancora oggi gli storici. Ma come la Germania 130 anni dopo, poteva evitare di attaccarla, pur sapendo che prima o poi sarebbe stato l’orso russo ad attaccare? Questo è uno dei grandi enigmi della storia.

Ma gli uomini di rango superiore, gli imperatori d’Europa, non potevano aver paura, e Napoleone non l’ebbe. Andò incontro alla sconfitta, è vero, ma uscì dalla storia a testa alta.

Egli fu ammirato e odiato, ammirato da uomini come Mussolini ed Hitler, il quale quando entrò a Parigi volle andare a rendere omaggio alla sua tomba, odiato dagli inglesi, che rischiarono di perdere il loro impero pur di eliminarlo.

Fu certamente amato dalla stragrande maggioranza dei francesi, se è vero che quando le sue spoglie tornarono in patria 20 anni dopo la sua morte avvenuta nella vergognosa prigionia inglese di Sant’Elena, ci fu un immenso corteo di francesi che lo accompagnò alla Hotel de des Invalides a Parigi.

Ancora oggi risuonano gli splenditi versi del Manzoni nella poesia del 5 maggio, a dimostrazione delle enormi emozioni che Napoleone seppe suscitare anche fuori i confini di Francia. “..dall’alpi alle piramidi, dal Manzanarre al Reno, di quel securo il fulmine tenea dietro al baleno..”.

E’ l’eco dell’impero che crea questa sensazioni, un’eco che Napoleone riprese da Carlo Magno e da Cesare.

L’aquila romana, incredibilmente veleggiava ancora nello spazio imperiale europeo.

Napoleone, dobbiamo dirlo per onestà intellettuale, ebbe a nostro avviso un grosso punto debole, ovvero non aver saputo costruire una classe politica all’altezza dell’impero che aveva creato. Si appoggiò infatti ad una serie quasi infinita di familiari, parenti e amici, per governare i territori imperiali, che certo non contribuì ad avvicinare le popolazioni conquistate, portandole anzi, a causa del mal governo, a ribellarsi al dominio francese, e soprattutto a non riconoscerne la portata rivoluzionaria ed imperiale. Errore storico che fu fatto anche dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale.

Ma come Cesare e Carlo Magno, Napoleone, ancora più vicino temporalmente, rappresenta quell’uomo indoeuropeo in grado di riaccendere il mito dell’impero.

Un uomo che oggi come allora servirebbe fortemente nel nostro tempo nichilista.

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