Formazione

Stupidario da Coronavirus – vol.II

“SAREMO MIGLIORI” – Dopo il grande spavento,  la voglia di primeggiare in “ottimismo della volontà”,  la gara a suon di decibel tra chi lo urla più forte, , gli auto incitamenti ormai non si contano più. Stiamo evidentemente parlando di quello che con tutta probabilità accadrà dopo il “cessate il fuoco” emergenziale, ovvero quando ci risveglieremo ipnotizzati da un’improvvisa voglia di “cambiare la nostra vita”, di “rivedere i nostri stili e le nostre abitudini”.
Perché “niente sarà come prima”.
E, di grazia, quale mai sarebbe la molla capace di propiziare questo Cambiamento (la maiuscola è voluta)? Dopo le guerre, ci sono state altre guerre. Dopo le violenze, gli errori, le sviste ci sono state altre violenze, altri errori, altre sviste. Tutti fatti a cagion d’uomo. Figurarsi nel caso di un’epidemia virale, dove la mano del’uomo è certo influente ma coadiuvata da svariate altre forze.  A cambiare, e per davvero, non dovranno essere forse le persone, quanto le “strutture”, per dirla con Marx, che governano i popoli: gli schemi geopolitici, la nostra collocazione nel mondo, chi sono gli amici e chi sono i nemici. Magari, ma preferiamo tenercela come sobria illusione, a partire da quella furba astrazione socioeconomica che si è rivelata l’Unione Europea…

“SIAMO IN GUERRA” – La confusione terminologica, l’associazione indebita di concetti a parole o situazioni del tutto fuorviante, l’insopprimibile tendenza sensazionalistica che accompagnano le analisi e le discussioni correnti (che di lucido hanno solo la patina delle riviste sulle quali vengono vomitate quotidianamente) sono la grande cifra comune che contraddistingue l’attuale pletora di “saggi”, scienziati-showman, politici. Su tutte, l’espressione roboante dai più citata è quella che identifica l’emergenza sanitaria con una “guerra”: “ospedali-trincea”, “economia di guerra”, “fronte del virus”.
Sarebbe facile liquidare tutto come una semplice esagerazione.
C’è dell’altro, invece.  Ricordate le reazioni che si ebbero da più parti alla notizia della morte della conduttrice Nadia Toffa (ma il discorso può benissimo allargarsi a tutti i malati di cancro che non ce l’hanno fatta)? Il linguaggio bellico spopolava: “ha perso la guerra col Male”, “la guerriera ha lottato fino alla fine”, “il Nemico ha vinto”. La morte, la coscienza della fine ci è così estranea che preferiamo, non potendo eliminarla, ammantarla di metafore e suggestioni guerresche, del tutto inutili e ridicole, tanto da far pensare che chi vince questa “guerra” sia un eroe mentre chi la perde un vile.
Tornando all’oggi trattare una malattia come fosse una guerra ci rende obbedienti, docili e, in prospettiva, vittime designate. I malati diventano le perdite civili inevitabili di un conflitto e vengono disumanizzate non appena perdono il loro status di “sani” per prendere quello di “malati”. Quasi un passaporto per l’inferno. Che questa clausura forzata ci aiuti a rimpadronirci del senso delle cose. E delle parole.

“SETTIMANA DECISIVA” – La confusione in fatto di termini adottati e di concetti abusati può essere classificata seconda solo all’innata, immarcescibile, compiaciuta attitudine italica al masochismo, a tratti velato da oscuro sadismo. Il copioso profluvio di informazioni, tanto da spingere il sociologo spagnolo di origini statunitensi Manuel Castells a parlare per la nostra epoca di “informazionismo”, soddisfa (mai fino in fondo, però) il nostro bisogno disperato di certezze, di dritte, di qualcuno che esprima una parola, vuoi di rassicurazione vuoi di pessimismo, ma basta che essa ci sia. E tutto per contenere la paura, “uno dei sintomi del nostro tempo”, come già Junger analizzava nel 1951.
Sentire le notizie più volte al giorno è già di per sé un indice di angoscia, la fantasia si dilata e, girando sempre più vorticosamente su se stessa, finisce per paralizzarsi. In mezzo a questo carnevale comunicativo la domanda delle domande è sempre la stessa: “quando finirà?”. L’attesa messianica è rivolta al momento nel quale il “picco dei contagi” o il “plateau” cominceranno la discesa.
Se a fornire risposte o previsioni sono quegli stessi virologi, più simili negli atteggiamenti a delle “soubrette della scienza” che a esperti del settore, è sin quasi normale (giusto?) che ci pensino i media a far bere al popolo la pozione magica dell’ottimismo “pret-a-porter”: “è la settimana decisiva!”. La nostra “sete di certezze” è soddisfatta.  La nostra dose quotidiana di illusione e di autolesionismo è servita.
Le fanfare suonano.
Il nostro canto dal balcone può continuare a librarsi nel cielo.

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