Attualità,  Lavoro

Trattato CETA – perché bisogna essere contrari!

Il Trattato CETA è tornato prepotentemente al centro del dibattito politico degli ultimi giorni, dopo le dichiarazioni (poi in parte ritirate anche sugli OGM) di apertura alla ratifica da parte del neo ministro delle Politiche Agricole Teresa Bellanova  alias – “due braccia strappate all’agricoltura” – (visti i suoi trascorsi da bracciante agricolo).

Proviamo a capire cosa prevede e le insidie che si celano dietro iniziando subito a sfatare il mito secondo cui a chiederci di ratificare il trattato sarebbe l’Europa, poiché gli argomenti trattati sono di competenza degli Stati membri e a deciderne o meno l’applicazione sono sempre gli stessi.

L’acronimo “CETA” sta per “Comprehensive Economic and Trade Agreement e si tratta di un accordo commerciale tra l’Unione europea e il Canada.

Il trattato CETA (approvato in forma provvisoria dal Parlamento Europeo il 15 Febbraio 2017) è stato, a distanza di due anni, ratificato dai Parlamenti di soli 15 Stati membri, ad esclusione tra gli altri anche di quello italiano.

L’applicazione provvisoria prevede che entrino in vigore tutte le parti che sono di competenza generale dell’Unione europea, lasciando invece sospese quelle per cui è stata definita la competenza nazionale.

Nel dettaglio, gran parte del testo è operativo indipendentemente dalla ratifica parlamentare, a partire dalla liberalizzazione di merci, servizi, appalti pubblici fino alla tutela delle indicazioni geografiche. A restare per il momento escluso dall’applicazione dell’accordo, in attesa delle ratifiche parlamentari, c’è invece uno dei punti più controversi del trattato, quello relativo alla risoluzione delle controversie tra investitori e Stati di cui parleremo più tardi.

Occorre ricordare che come FEDErAZIONE non siamo i soli ad avere un parere estremamente negativo all’introduzione di questo Trattato, perché in Italia hanno già espresso contrarietà 14 regioni, 1973 comuni e 69 Consorzi di tutela delle produzioni a denominazioni di origine.

I risultati delle analisi della Coldiretti (la maggiore associazione di rappresentanza ed assistenza dell’agricoltura italiana), sulla base dei dati Istat diffusi pochi giorni fa, indicano una flessione negativa di importanti prodotti del Made in Italy come l’olio di oliva ed addirittura un tracollo sull’export di Parmigiano Reggiano e Grana Padano con un impietoso – 32%. Di contro il Canada ha prodotto un aumento del 13% di Parmesan (il falso Parmigiano Reggiano).

Questi in sintesi i dati del primo semestre 2019 realizzati dal Canada:

  • 6,3 milioni di chili di falso Parmigiano Reggiano (Parmesan);
  • 4,5 milioni di ricotta locale;
  • 1,9 milioni di chili di Provolone taroccato;
  • 74 milioni di chili di mozzarella;
  • 228mila chili di un “fantomatico” formaggio Friulano

Il Canada ha accettato di proteggere 143 prodotti tipici che beneficiano dell’indicazione di origine, mentre i prodotti Dop e Ipg italiani protetti dall’accordo sono 41 su 249.

Lo studio di impatto richiesto dalla Commissione Europea A trade SIA relating to negotiation of a comprehensive economic and trade agreement (CETA) between the EU and Canadaavente come oggetto la conseguenza della liberalizzazione degli scambi bilaterali ha ipotizzato un aumento complessivo delle esportazioni UE verso il Canada compreso solamente fra lo 0,5% e lo 0,7% ed un aumento delle esportazioni canadesi verso l’UE compreso fra lo 0,54 e l’1,56%.  Sinceramente non riusciamo a cogliere tutti i vantaggi economici e di sviluppo vantati dai sostenitori del CETA.

Ricordiamo che l’Italia ha un tessuto economico prevalentemente formato da piccole medie e micro imprese, secondo i dati ISTAT parliamo 4.263.000 di aziende, di cui 4.065.000 occupano meno di 10 dipendenti. Per la Commissione Europea sono circa 13mila le imprese che ad oggi esportano verso il Canada, ossia solo lo 0,3% del totale.

Nel Trattato non sono previsti capitoli dedicati al sostegno delle piccole e medie imprese. L’abbattimento dei dazi ed il conseguente libero scambio commerciale ha aperto quindi il mercato interno ed europeo ad una concorrenza con realtà multinazionali, nettamente superiori come dimensioni e capacità di risorse rispetto alle nostre aziende, soprattutto in ambiti come quello agroalimentare ed in grado perciò di annientale in breve tempo.

Per fare un esempio è quello che è capitato agli esercizi commerciali al dettaglio che fino a qualche anno fa formavano il tessuto dei negozi dei nostri quartieri ed ora sono quasi tutti spariti per la concorrenza spietata delle grandi catene dei centri commerciali.

 Con il CETA c’è un alto rischio di introdurre prodotti OGM o pesticidi vietati nella UE. Infatti sebbene in Europa sia in vigore un divieto di importare prodotti transgenici o derivati da animali trattati con ormoni della crescita, stando a ciò che si legge nel Trattato, è possibile ottenere il riconoscimento di un prodotto, evitandogli così nuovi controlli nel Paese in cui verrà venduto, se si sarà in grado di dimostrarne la sostanziale equivalenza con quelli commercializzati dalla controparte. L’equivalenza si basa su una serie di criteri e linee guida che però il testo del CETA non ha mai definito, tant’è che   troviamo scritto “da convenire in una fase successiva”.

L’articolo 191 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (UE) e conosciuto come il “Principio di precauzione” su cui si basa il diritto alimentare in Europa, istituito al fine di garantire un livello appropriato di protezione dell’ambiente e della salute nei negoziati internazionali e riconosciuto da varie convenzioni internazionali, nel CETA non viene neppure menzionato.

L’ ICS (Investment Court System) il discusso meccanismo per la risoluzione delle controversie tra investitori, composto da 15 membri nominati da uno dei comitati del CETA stesso, il Comitato misto, non prevede un ricorso nelle corti giuridiche convenzionali, ossia i tribunali, ma attraverso un arbitrato extragiudiziale con giudici nominati da UE e Canada. Se gli effetti del trattato o di alcune delle nostre regole danneggiano i loro affari, le multinazionali canadesi possono citare i nostri stati nell’ICS e chiedere la rimozione della regola o di essere risarciti. E’ chiaro che l’ICS mette in discussione vari principi costituzionali, compresi i requisiti essenziali dell’esercizio della sovranità nazionale e il principio di indipendenza e l’imparzialità dei giudici.

L’articolo 22 del Trattato CETA sullo sviluppo sostenibile contiene – in sostanza – il riconoscimento formale dell’importanza del tema. Istituisce a questo proposito meccanismi ed organi di cooperazione e discussione fra Canada ed UE, ma non specifica in cosa sfocerà il loro lavoro né quale valore esso avrà; non sono previsti né obblighi né incentivi per spingere i governi e gli investitori verso i principi dello sviluppo sostenibile.

Il Canada infine non ha mai ratificato la fondamentale convenzione 098 dell’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro delle Nazioni) che comprende il diritto di organizzazione e contrattazione collettiva dei lavoratori; la Convenzione sull’età minima per lavorare; la Convenzione in materia di sicurezza e salute dei lavoratori.

Riteniamo che zone d’ombra, per dirla con eleganza, nel CETA ce ne siano diverse e per chi come noi armato di buona volontà ha provato a leggere, per farsi un’idea diretta del meccanismo, i 29 capitoli compresi gli allegati (!) che compongono il Trattato, i dubbi sui chi abbia dei vantaggi assoluti nell’applicarlo e chi ne subirà le conseguenze si sono ancora una volta dissipati!   

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *